Regola di San Benedetto

Capitolo LVII, 1-3 – I monaci che praticano un’arte o un mestiere

Se in monastero ci sono dei fratelli esperti in un’arte o in un mestiere, li esercitino con la massima umiltà, purché l’abate lo permetta.Ma se qualcuno di loro monta in superbia, perché gli sembra di portare qualche utile al monastero, sia tolto dal suo lavoro e non gli sia più concesso di occuparsene, a meno che rientri in se stesso, umiliandosi, e l’abate non glielo permetta di nuovo.

 

Offrire i talenti

Padre Claudio – 11 agosto 2026

 

Benedetto ci invita a porci in un orizzonte che è quello del bene della comunità. E’ da questa prospettiva che si può discernere anche il bene del singolo. Il fatto di avere delle capacità o delle conoscenze non diventa un diritto del singolo, ma un talento che può essere messo a servizio del bene dell’insieme, della comunità. Questa certamente cerca di valorizzare i talenti che ha al suo interno, ma nella misura in cui questi collaborano e arricchiscono tutti e non diventano motivo di esaltazione personale, e ancora peggio, motivo di differenziazione o separazione.

La cultura di oggi, molto tesa a valorizzare il singolo e le sue caratteristiche, a volte degenera in individualismo che mina il senso e il valore della comunità. Il monaco ha donato la vita a Dio, e questo di concretizza anche nel modo con cui vive i suoi talenti: non sono più suoi, ma donati e offerti a Dio e alla comunità. Questo non significa necessariamente una rinuncia, ma certamente un cambiamento di prospettiva. E su questo Benedetto è molto drastico e netto.

I vari servizi e incarichi sono la forma concreta del nostro donarci, e non devono diventare forme di autoaffermazione, dei diritti o dei poteri. Per questo è importante che ciascuno si chieda come li vive interiormente, come li sente. Prima di un intervento censorio dell’abate, dovrebbe esserci un nostro discernimento, perché portino realmente frutto, perché crescano in modo armonico. E proprio l’armonia con i tempi, gli spazi, i ritmi della comunità può essere un fattore che ci aiuta a capire come li stiamo vivendo. Se si creano dei conflitti è segno che stiamo perdendo il giusto orizzonte, la giusta prospettiva. Dio dona i talenti perché siano strumenti di collaborazione e donazione, e non di affermazione personale. Perché creino ponti e non separazioni.

E come vanno coltivati in modo corretto i talenti, così va fatto anche con i desideri, perché altrimenti ci si rivoltano contro. Non posso pensarmi e sognare come se la comunità non ci fosse, come se dovesse solo sostenere e collaborare ai miei desideri, come se fosse al mio servizio.

Penso che dovremmo immaginare che Dio ha distribuito i suoi doni in modo che questi diventino motivo di completamento reciproco, cioè di donazione e di servizio che rafforza l’unità della comunità.