Regola di San Benedetto
Capitolo LXI, 6-10 – L’accoglienza dei monaci forestieri
- Se però, quando era ospite si è dimostrato pieno di pretese e di difetti, non solo non dev’essere aggregato alla comunità, ma bisogna dirgli garbatamente di andarsene per evitare che le sue miserie contagino anche gli altri. Invece, se non merita di essere allontanato, non sia accolto e incorporato nella comunità solo nel caso che ne faccia domanda, ma sia addirittura invitato a rimanere, perché gli altri possano trarre profitto dal suo esempio e perché dappertutto si serve il medesimo Signore e si milita sotto lo stesso Re.
Contenti di quanto ci è dato
Padre Claudio – 3 ottobre 2026
Come si serve il Signore? Qui vengono indicati due atteggiamenti che vanno contro questo servizio: l’essere esigenti o l’essere viziosi. Cosa hanno in comune? Il mettere se stessi prima di tutto. Non è solo il superfluo che può portarci ad essere esigenti, a pretendere, ma anche i bisogni primari. Il problema è come ci lasciamo condizionare da un bisogno. Quando questo ci porta a non vedere e riconoscere quelli degli altri, quando diventa una necessità inderogabile, significa che ne siamo diventati schiavi. Alcune forme di ascesi, come il digiuno, vorrebbero insegnarci a gestire con libertà anche i bisogni primari. Posso rimandare anche il mangiare, per dirmi e per educarmi a mettere Dio o l’altro prima di me, e per esercitarmi alla pazienza. Paolo parla di libertà sia nella povertà che nell’indigenza: So vivere nella povertà, come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza (Ef 4,12-13).
Al primo posto non ci sono io, ma la sua volontà, che passa ad esempio nel bisogno degli altri, e allora so condividere anche il poco o lo so offrire totalmente. L’amore vive in questa logica. Pensiamo a una mamma che si priva del necessario per darlo ai propri figli.
Dobbiamo però riconoscere che non ci troviamo di fronte a bisogni primari, ma molto spesso a bisogni “indotti” dalla mentalità di oggi, dall’emulazione di altri. Per cui non ci basta quanto abbiamo e vorremmo qualcosa in più o di diverso. Perdiamo la capacità di essere contenti perché sempre protesi a qualcosa che ci manca. Stupisce a volte come sono più gioiosi i bambini dei paesi poveri, che a volte non hanno il necessario, che quelli dei paesi ricchi che abbondano di superfluo, ma sono come “spenti” dentro.
L’essenzialità non è solo l’avere poche cose, ma ancora più profondamente non vivere schiavi del desiderio di avere. Essere contenti di quanto ci è dato e saperlo vivere al meglio, liberi dall’egoismo e pronti alla condivisione. Perché ci possono essere anche egoisti poveri, che trattengono con avidità il poco che hanno. E’ una questione di cuore, non solo di cose.
Se serviamo noi stessi non possiamo servire Dio. Non possiamo avere due padroni. Ce lo ricorda il Vangelo.

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