Regola di San Benedetto

Capitolo LXII – I sacerdoti del monastero

  1. Se un abate desidera che uno dei suoi monaci sia ordinato sacerdote o diacono per il servizio della comunità scelga in essa un fratello degno di esercitare tali funzioni. Ma il monaco ordinato si guardi dalla vanità e dalla superbia e non creda di poter fare altro che quello che gli ordina l’abate, tenendo sempre presente che d’ora in poi dovrà essere maggiormente sottomesso alla disciplina. Né col pretesto del sacerdozio trascuri l’obbedienza alla Regola o la disciplina, ma anzi progredisca sempre più nelle vie di Dio. Conservi sempre il posto che gli spetta in corrispondenza del suo ingresso in monastero, tranne che per il ministero dell’altare, oppure nel caso che la scelta della comunità o la volontà dell’abate l’abbiano promosso in considerazione della sua vita esemplare. Sappia però che deve osservare la disciplina prestabilita per i decani e i superiori. Se avrà la presunzione di agire diversamente, non sia più trattato come un sacerdote, ma come un ribelle. E nell’eventualità che, dopo essere stato ammonito non si correggesse, si chiami a testimonio anche il vescovo. Ma se neanche allora si emendasse e le sue colpe diventassero sempre più evidenti, sia espulso dal monastero, purché però sia stato così ostinato da non volersi sottomettere e obbedire alla Regola.

Il servizio sacerdotale

Padre Claudio – 15 ottobre 2026

 

Benedetto ci presenta il sacerdozio come servizio alla comunità. E’ l’abate che sceglie un monaco e lo fa ordinare diacono o sacerdote per assicurare alla comunità la celebrazione Eucaristica. Certamente un servizio centrale perché anima la preghiera, la dimensione più importante della vita della comunità e dei singoli monaci. Proprio per questa centralità la raccomandazione che Benedetto si sente di fare è quella dell’umiltà. Ci potrebbe essere il rischio di lasciarsi prendere dalla stessa logica mondana per cui una persona più ha un ruolo importante e più va onorata, quasi spostando l’attenzione dal servizio svolto alla persona. In questo capitolo si ribadisce che l’onore e il rispetto è per l’ordinazione, un dono di Dio prezioso, e la persona è chiamata a custodirlo anche con il riconoscere di essere uno strumento.

Lo stile di vita che Benedetto suggerisce per custodire questo dono è l’abbracciare con ancora più forza e profondità la Regola, farne cioè la guida della propria vita non solo esteriore, ma soprattutto interiore e spirituale. Diventare cioè il testimone della sua bontà ed efficacia quale strumento di conversione.

Mi verrebbe da dire che come l’abate è chiamato a spiegarla e insegnarla, il sacerdote è chiamato a testimoniarla con la vita, a mostrarne la ricchezza interiore con la profondità della sua esperienza personale. E in questo vi è un ulteriore compito affidatogli, in sinergia con l’operato dell’abate. Non quindi una contrapposizione di ruoli e funzioni, ma una collaborazione con modalità differenti.