Regola di San Benedetto
Capitolo LXI, 11-14 – L’accoglienza dei monaci forestieri
- Anzi, se l’abate lo ritiene degno, può anche assegnargli un posto un po’ elevato. E non solamente un monaco, ma anche coloro che appartengono all’ordine sacerdotale o al chiericato, l’abate può destinare a un posto superiore a quello corrispondente al loro ingresso in monastero, se ha notato che la condotta lo merita. Si guardi però sempre dall’ammettere stabilmente nella sua comunità un monaco proveniente da un monastero conosciuto, senza il consenso e le lettere commendatizie del suo abate, perché sta scritto: “Non fare agli altri quello che non vuoi che sia fatto a te”.
Riconoscimento e stima
Padre Claudio – 13 ottobre 2026
In questo capitolo si ritorna sull’ordine dei posti in comunità. Può essere l’occasione per una riflessione su questo aspetto che nasce da esigenze concrete, ma che può generare malumori e tensioni. Il principio di base per Benedetto è l’ordine di ingresso in monastero, ma può essere modificato per rispetto al sacramento dell’ordine per un sacerdote, o per le qualità di vita di un monaco. La nostra natura umana però rischia di vivere questo aspetto con una prospettiva di competizione e di prestigio. Questo è il motivo per cui Benedetto invita l’abate a stare attento a non cambiare troppo l’ordine per non generare turbamenti e tensioni.
Anche in monastero resta dentro di noi una sorta di competizione per cui soffriamo se qualcuno ci passa avanti o è messo più in luce. Questo ci mostra come l’umiltà, che potrei definire come l’essere contento e in pace per ciò che ho e mi è dato, è sempre da riconquistare, da custodire. Il gioire perché un fratello progredisca, perché sia stimato, perché faccia del bene, non è naturale o scontato. Tutto questo perché abbiamo un innato bisogno di riconoscimento e di stima, e senza che ce ne accorgiamo pensiamo che l’altro ce ne possa togliere un po’. L’altro in questo modo diventa un pericolo. In realtà sia il riconoscimento che la stima non sono oggetti che si spostano: o ce l’ho io o ce l’ha l’altro. Non è l’altro che me la ruba, ma posso perderla per il mio modo di vivere, e non sono legate a ruoli, servizi, posti, ma proprio alla profondità della nostra vita spirituale che traspare in ogni gesto che compiamo.
C’è un modo corretto per coltivare il riconoscimento e la stima da parte dei fratelli, ed è quello di una vita sempre più evangelica, sempre più spirituale. E c’è un modo di pensare e agire che ce la fa perdere, perché mondano e ancora legato ai posti. Questi non accrescono e non diminuiscono la qualità della vita di una persona. Sono funzionali. Dobbiamo ricordarci che siamo chiamati a guardarci come ci guarda Dio, e non come ci guarda un uomo. Questo capitolo ci invita a purificare e rinnovare il nostro sguardo, e se ci può essere una “competizione”, questa è nell’amarci e nello stimarci a vicenda. Gareggiate nello stimarvi a vicenda, ci ricorda Benedetto.

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