Regola di San Benedetto [tit 3]
Capitolo LV, 13-22 – Gli abiti e le calzature dei monaci
- I monaci, che sono mandati in viaggio, ricevano dal guardaroba gli indumenti occorrenti, che restituiranno poi lavati al ritorno. Anche le cocolle e le tonache per il viaggio siano un po’ migliori di quelle portate usualmente; gli interessati le prendano in consegna dal guardaroba, quando partono, e le restituiscano al ritorno.
- Per la fornitura dei letti poi bastino un pagliericcio, una coperta di grossa tela, un coltrone e un cuscino di paglia o di crine. I letti, però, devono essere frequentemente ispezionati dall’abate, per vedere se non ci sia nascosta qualche piccola proprietà personale. E se si scoprisse qualcuno in possesso di un oggetto che non ha ricevuto dall’abate, sia sottoposto a una gravissima punizione.
- Ma, per strappare fin dalle radici questo vizio della proprietà, l’abate distribuisca tutto il necessario e cioè: cocolla, tonaca, calze, scarpe, cintura, coltello, ago, fazzoletti e il necessario per scrivere, in modo da togliere ogni pretesto di bisogno. In questo, però, deve sempre tener presente quanto è detto negli Atti degli Apostoli e cioè che “Si dava a ciascuno secondo le sue necessità”. Quindi prenda in considerazione le particolari esigenze dei più deboli, anziché la malevolenza degli invidiosi.
- Comunque, in tutte le sue decisioni si ricordi del giudizio di Dio.
Tutto in comune
Padre Claudio – 4 agosto 2026
Da dove nasce tutta questa preoccupazione di Benedetto per la proprietà privata? Dal fatto che alimenta l’individualismo. Questo è il vero pericolo per la comunità. Alla base non c’è soprattutto una questione di povertà, ma di autonomia che pian piano fa scivolare il monaco in una separazione dal resto del corpo della comunità perché si pensa sempre più indipendentemente dagli altri. La condivisione non nasce da un’esigenza di risparmio economico, ma più profondamente di collaborazione e di compartecipazione.
Come abbiamo ascoltato nel vangelo di domenica, quella della condivisione è un’esigenza evangelica, una prospettiva che permette la compassione, la condivisione dei bisogni, delle situazioni, della vita. Non basta accorgersi che qualcuno è in difficoltà, occorre partecipare alla sua situazione, condividerla, più che risolverla. Noi rischiamo di restare in una prospettiva efficientista che pensa solo a “risolvere il problema”. Per il credente la cosa più importante è condividere il problema perché nessuno si senta solo, abbandonato. Molti problemi non si possono risolvere, ma si possono portare se non si è soli.
Al centro dell’attenzione c’è la persona e non le cose. C’è l’esigenza di creare una rete di relazioni che permettono la vita. La comunità è questa tessitura di relazioni dove si condivide la vita perché ciascuno non sia solo nel portare le sue difficoltà, le sue povertà e fragilità. Per questo il condividere l’utilizzo di un oggetto può essere molto proficuo, perché costringe a relazioni che altrimenti si sarebbero evitate. Per Benedetto anche gli oggetti possono essere strumenti per rafforzare le relazioni, per costruire comunione. Questo però non è spontaneo, perché siamo più portati invece a isolarci, a gestirci in modo autonomo, e non di rado la collaborazione è anche motivo di attrito. Ma questo scontro in realtà può essere positivo, perché ci costringe a vedere e a misurarci con aspetti nostri e degli altri che altrimenti eviteremmo.
Vivere insieme è condividere la vita, e questo è favorito anche dal condividere attività, servizi, oltre che cose. Non in modo ideologico, per cui nessuno deve avere niente di personale, ma con un equilibrio che costringa a una reale interazione e collaborazione.

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