Regola di San Benedetto

Capitolo LV, 9-12 – Gli abiti e le calzature dei monaci

  1. I monaci che ricevono gli indumenti nuovi, restituiscano i vecchi, che devono essere riposti nel guardaroba per poi distribuirli ai poveri. Infatti a ogni monaco bastano due cocolle e due tonache per potersi cambiare la notte e per lavarle; il di più è superfluo e dev’essere eliminato. Anche le calze e qualsiasi altro oggetto usato dev’essere restituito, quando ne viene assegnato uno nuovo.

 

Criteri per l’abbigliamento

Padre Claudio – 30 luglio 2026

 

Benedetto ci offre un richiamo forte sul “superfluo”. Quello dell’abbigliamento è un ambito dove non di rado scatta un meccanismo di accumulo. Alcune volte cercato, altre volte no, ma generato dai regali che ci vengono fatti. Un maglione ad esempio prima di usurarsi può durare anche un decennio, ma in questo arco di tempo ce ne possono regalare diversi. In questi versetti ci vengono dati alcuni criteri che possono esserci utili per sfuggire a una mentalità consumistica.

Oggi gli indumenti vengono usati e hanno una vita legata non più alla loro usura, ma alla loro dimensione estetica o di moda. Uno degli ambiti di maggior spreco è proprio quello dell’abbigliamento perché spesso un abito viene usato per una stagione, poi viene dismesso perché non più di moda, e le stesse case produttrici smaltiscono capi nuovi perché è cambiata la stagione. Il fatto che sia stata fatta una normativa contro lo spreco degli abiti nuovi mandati al macero perché non più oggetto di interesse da parte del mercato è emblematico. Siamo invitati a tornare alla vita di un capo legata all’usura e non ad altri fattori estetici.

Un secondo criterio è il reale bisogno. Questo viene amplificato anche da una specializzazione per cui ad esempio ci sono indumenti specifici per lo sport, per il lavoro, per il tempo libero, per la vita quotidiana, ecc. In diverse abitazioni oggi ci sono le stanze-armadio, perché oramai non basta più un armadio per raccogliere gli abiti, ma occorre una stanza dedicata a questo. Forse abbiamo bisogno di tornare a una semplificazione anche dell’abbigliamento.

Un ultimo criterio è quello di cercare il riutilizzo, prima di passare allo smaltimento. Qui è fatto pensando ai poveri come coloro che potrebbero ancora beneficiare di qualcosa. Oggi neanche i poveri mancano di indumenti e spesso anche le associazioni caritative non sanno come gestire gli abiti che vengono loro dati. Per noi può essere il fatto di passare un abito consumato dall’ambito della vita ordinaria, al lavoro, dove consumato fino alla fine. Il fatto di avere un abito che copre camicie, magliette, ecc. ci semplifica molto in questo senso, perché copre capi oramai un po’ consumati.

Al di là di tutto Benedetto ci invita a riflettere su come possiamo anche noi scivolare senza accorgerci in una logica del superfluo, dell’accumulo, dell’avere per un eventuale occasione o necessità che di fatto è più ipotetica che reale. Il cambio di cella è l’occasione per accorgerci di quanto abbiamo in abiti e altro che di fatto non usiamo, o usiamo pochissimo.