Regola di San Benedetto

Capitolo LX, 4-9 – I sacerdoti aspiranti alla vita monastica

  1. Gli si conceda tuttavia di prender posto dopo l’abate, di dare la benedizione e di recitare le preci finali, purché l’abate disponga così; altrimenti non pretenda assolutamente nulla, anzi sia per tutti un esempio di umiltà, ben sapendo di essere soggetto alla disciplina della Regola. E se per caso nella comunità si dovesse trattare dell’assegnazione delle cariche o di qualche altro affare, occupi il posto che gli spetta corrispondentemente al suo ingresso in monastero e non quello che gli è stato concesso in considerazione della sua dignità sacerdotale. Se poi qualche chierico, spinto dallo stesso desiderio, volesse essere aggregato alla comunità, sia assegnato a un posto di un certo riguardo, ma sempre a condizione che prometta anche lui l’osservanza della Regola e la propria stabilità.

Vasi crepati

Padre Claudio – 24 settembre 2026

 

Da queste righe mi sembra che emerge un indiretto richiamo al valore dell’umiltà, quale segno ed elemento di maturità umana e spirituale. Per capirlo meglio potremmo fare una domanda: come gestire il valore del dono del sacerdozio? Benedetto sembra suggerirci che la via migliore è la profondità della vita spirituale, e non le responsabilità e i primi posti. Anche questo dono è al servizio della comunità e non per se stessi. Questo significa ad esempio che viene esercitato non solo per la comunità, ma anche quando la comunità ne ha bisogno. Questa è la visione di Benedetto e del monachesimo delle origini.

Vi è cioè la capacità di distinguere il valore del dono, dalla percezione di se stessi. Non vi è una sovrapposizione che può portare e pensarsi superiori ad esempio alla Regola e alle consuetudini. Questo vale però per ogni dono di Dio e ogni responsabilità. Un conto è infatti il valore del servizio dell’abbaziato, e un altro è la percezione e il modo di vivere dell’abate. La fragilità umana della persona resta ed è chiamata a custodire un tesoro prezioso. L’immagine di Paolo del vaso non solo fragile, ma crepato, che custodisce un tesoro che è la grazia di Dio, e questa traspare proprio dalle crepe del vaso, perché sia chiaro che proviene da Dio e non da noi, ci aiuta a capire.

Il modo migliore per custodire questi doni di Dio, che sia il sacerdozio o qualsiasi altro dono, è quello di viverli rimandando a Colui che ce li ha affidati, e non come se fossero nostri. Quindi non mettendo noi stessi al centro, non cercando un prestigio, perché questo non valorizza il dono. Al contrario, riconoscendo e vivendo come custodi indegni e mai all’altezza di quanto ricevuto. Questo, prima che essere un criterio per l’ordine della comunità, è un atteggiamento interiore, un modo di vivere, che è molto evangelico: chi si umilia sarà innalzato. La grandezza è di chi si fa piccolo, perché rimanda alla sorgente del dono che è Dio.