Regola di San Benedetto
Capitolo LIX – I piccoli oblati
- Se qualche persona facoltosa volesse offrire il proprio figlio a Dio nel monastero e il ragazzo è ancora piccino, i genitori stendano la domanda di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente e l’avvolgano nella tovaglia dell’altare insieme con l’oblazione della Messa e la mano del bimbo, offrendolo in questo modo. Per quanto riguarda poi i loro beni, o nella domanda suddetta promettano di non dargli mai nulla, né direttamente né per interposta persona, né in qualsiasi altro modo, e neanche di dargli mai l’occasione di procurarsi qualche sostanza, oppure, se non intendono regolarsi secondo questa prassi e desiderano offrire qualche cosa al monastero per la salute dell’anima loro, facciano donazione dei beni che vogliono regalare al monastero, riservandosene, se credono, l’usufrutto. Così si precludano tutte le vie, in modo da non lasciare al ragazzo alcun miraggio da cui possa esser tratto in inganno e – Dio non voglia! – in perdizione, come ci ha insegnato l’esperienza. La stessa procedura seguano anche i meno abbienti. Quanto a coloro che non possiedono proprio nulla, facciano semplicemente la domanda e offrano il loro figlioletto con l’oblazione della Messa, alla presenza di testimoni.
Il nostro futuro
Padre Claudio – 16 settembre 2026
Questo capitolo può essere l’occasione per una riflessione sull’offerta della nostra vita. Oggi non è più pensabile e possibile che i genitori decidano il futuro dei loro figli con una consacrazione di questo tipo, anche se hanno un ruolo molto importante per aiutarli a costruirlo. Questo testo però ci ricorda che noi offriamo a Dio proprio il nostro futuro. La professione è un gesto puntuale, che resta segnato nel tempo, ma il suo effetto, la sua realizzazione, avviene nel dispiegarsi dei giorni. E in quel gesto offriamo a Dio la nostra vita, cioè il nostro futuro. Non solo lo affidiamo a Lui perché ci accompagni, ma glielo offriamo perché Lui ci guidi. Non la mia, ma la tua volontà sia fatta (Lc 22,42).
Non sappiamo quale sarà il nostro futuro, cosa Dio potrà chiederci. Ma in quel gesto c’è il nostro fidarci di Lui, del fatto che qualsiasi cosa ci possa chiedere sarà per il nostro bene e per il bene dell’umanità. Poniamo la nostra vita nelle sue mani perché possa “usarla”, perché sia uno strumento a sua disposizione. Questo significa non irrigidirsi in nessuna forma o scelta intermedia, ma restare protesi nella ricerca della sua volontà. La conversione di vita non è solo dal male al bene, ma anche da un bene ad un altro che Lui ci chiede.
Non si tratta di lasciare solo dei beni materiali, ma la pretesa di gestire la nostra vita, anche verso e nel bene. E questo richiamo può riemergere nel tempo, come il fascino dei beni materiali. Il fascino di gestirci, di decidere il nostro futuro pensando al nostro benessere. Perché questa scelta va contro la logica del mondo, contro la sensibilità del nostro tempo, ma in realtà di ogni tempo. E’ un continuo sostituire al nostro IO il TU di Dio. E in questo un strumento importante è proprio l’obbedienza e la rinuncia all’autonomia, al decidere da soli. La disappropriazione non riguarda solo i beni materiali, ma tutto il nostro essere. Apparteniamo a Lui, vogliamo appartenere a Lui.

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