12 luglio 2026

 

Omelia di fratel Lorenzo

Is 55,10-11; Rm 8,18-23; Mt 13,1-13

 

La scenografia è perfetta! 

Matteo è bravo a collocare gli insegnamenti, i discorsi, gli incontri, i miracoli di Gesù, come su un palcoscenico: Matteo vuole colpire e forse scolpire nel lettore/ascoltatore il desiderio di lasciarsi attrarre da Gesù; vuole colpire il cuore del lettore/ascoltatore e forse credente, perché lo apra a quello di Gesù! 

Scenografia necessaria per suscitare interesse per il cuore del vangelo, che è Gesù!

Matteo vuole tenere vivo nel lettore il ricordo, che diventa memoria e soprattutto memoriale cioè un frutto che ha ancora la stessa qualità, lo stesso effetto di quelle parole pronunciate anni lontani, ma efficaci ora! Dio, la sua parola – e qui andiamo al testo di Isaia, due versetti – vuole essere la costante pioggia e la neve, che fecondano la terra. Per effetto di questi elementi della natura il risultato è certo, per cui quando la pioggia e la neve tornano da dove erano partite, la terra è fecondata, fiorisce e dà i suoi frutti. Ma, tornando alla pagina di Matteo, la parabola spiega che occorre del tempo prima del risultato, e che non tutti i risultati sono buoni alla stessa maniera; perché il terreno incontrato dal seme/i non ha le qualità necessarie, o addirittura incontra una serie di terreni inadatti. Comunque qualcosa c’è, sortisce.

Ora, spostandoci sul testo della lettera ai Romani, Paolo ci fa notare, più ancora dei testi di Isaia e Matteo, perché ci sia un risultato dopo l’irrompere della pioggia e nella neve e dopo la semina, che ci vuole il suo tempo, un tempo di attesa. In questo tempo la creazione vive un’ardente aspettativa. La creazione ha subito lo shock della disobbedienza di Adamo ed Eva, e da allora non si è ripresa totalmente; ma che cosa attende ardentemente? Di essere liberata dalla corruzione, di tornare ad essere figlia di Dio. Questo pensiero è uno dei picchi della teologia di Paolo.

Paolo non è difficile: è troppo profondo, è un mistico! L’immagine della donna incinta che sta per partorire, e che Paolo ci offre, riassume il tempo della nostra trepidante attesa! Un’attesa fatta di gemiti, di dolori, di trepidazioni, di sofferenze, di preoccupazioni, di ansia. Così sperimentiamo il tessuto della morte nel cuore dei nostri progenitori, quando sono stati cacciati dall’Eden. Là c’era una clausola, che loro hanno dimenticato di leggere – forse perché scritta in carattere troppo piccolo – sul contratto di dimissioni dal paradiso, e che Paolo mette sotto la nostra attenzione come eredi:”la creazione vive nella speranza di essere liberata dalla schiavitù della corruzione”. Lasciate che il vecchio Adamo, che ha causato la caduta, sarà rimpiazzato dal nuovo Adamo, cioè Cristo che partorirà la nuova creazione, darà alla luce nuovi figli che potranno tornare all’Eden. Ora,  noi siamo eredi, famigliari di Dio, eredi, coeredi del nuovo Adamo! 

Allora tutto è risolto? 

No! 

C’è di mezzo il tempo dell’attesa, che è la nostra vita, il tempo della fecondazione, il tempo del cammino nella speranza; il tempo in cui daremo frutto per il 30 o 60, o 100 per uno. 

Quando?