Regola di San Benedetto
Capitolo XLI – L’orario dei pasti
- Dalla santa Pasqua fino a Pentecoste i fratelli pranzino all’ora di Sesta, cioè a mezzogiorno, e cenino la sera.
- Invece da Pentecoste in poi, per tutta l’estate, se non sono impegnati nei lavori agricoli o sfibrati dalla calura estiva, al mercoledì e al venerdì digiunino sino all’ora di Nona, cioè fin dopo le 14 e negli altri giorni pranzino all’ora di Sesta. Ma nel caso che abbiano da lavorare nei campi o che il caldo sia eccessivo, potranno pranzare tutti i giorni alle 12, secondo quanto stabilirà paternamente l’abate. Così questi regoli e disponga tutto in modo che le anime si salvino e i monaci possano compiere il proprio dovere senza un motivo fondato di mormorazione.
- Dal 14 settembre fino all’inizio della Quaresima pranzino sempre all’ora di Nona.
- Durante la Quaresima, poi, fino a Pasqua pranzino all’ora di Vespro: questo Ufficio però dev’essere celebrato a un’ora tale da non aver bisogno di accendere il lume durante il pranzo e poter terminare mentre è ancora giorno. Anzi, in ogni stagione, sia l’ora del pranzo che quella della cena devono essere fissate in maniera che tutto si possa fare con la luce del sole.
Segni che caratterizzano il tempo
Padre Claudio – 28 marzo 2026
Le indicazioni sull’orario dei pasti si aprono con la Pasqua, che anche in questo modo è sottolineata come il centro e il riferimento di tutto l’anno. Attraverso la semplice definizione dell’orario e del numero di pasti nella giornata Benedetto crea un sistema che scandisce il tempo liturgico e ne definisce il carattere di festa, di attesa o di penitenza. Diventa cioè un elemento simbolico molto forte, perché legato al ciclo della vita, e capace di dare una tonalità a un tempo.
Oggi per le persone comuni il calendario liturgico è qualcosa di completamente estraneo al loro vissuto, molto artificiale e difficile da capire. Questo perché il tempo è scandito da altri principi e valori. Questo deve farci apprezzare e comprendere l’importanza di tutta quella serie di piccoli e grandi simboli che invece segnano la nostra vita.
Per loro restano solo le grandi feste, a volte vissute solo come una commemorazione di qualcosa di oramai estraneo alla loro vita, il cui unico risvolto è un momento di festa in famiglia o l’occasione per un tempo di riposo. Questo ha svuotato di ogni significato quei segni alimentari che c’erano nel vissuto cristiano, come il digiuno di alcuni giorni, l’astinenza dalle carni, ecc. Si fanno queste cose per altri motivi, legati alla salute fisica o all’aspetto.
Certamente mangiare a sesta o a nona non cambia nulla nella vita di una persona. Fa parte di quei gesti simbolici che hanno senso se esprimono un sentimento, come accendere una candela o mettere un fiore, e lo coltivano, cioè lo mantengono vivo. Possono perdere di senso e svuotarsi se non compresi e se vissuti per dovere. Ma questo non significa che vanno tolti, ma riscoperti. Altrimenti la nostra vita si appiattisce perdendo tutto ciò che esprime gratuitamente un sentimento, e diventa solo efficientista.
Per alcune persone feste come Natale e Pasqua sono diventate un peso, proprio perché hanno perso il loro senso e il loro significato. Ma questo non significa che si risolve il problema eliminando queste feste. Occorre ridare loro un senso. La parola d’ordine allora è riscoprire il valore contenuto in questi e altri segni che scandiscono il tempo e lo orientano a una relazione.

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