Regola di San Benedetto

Capitolo XXXIX, 6-11 – La misura del cibo

  1. Nel caso che il lavoro quotidiano sia stato più gravoso del solito, se l’abate lo riterrà opportuno, avrà piena facoltà di aggiungere un piccolo supplemento, purché si eviti assolutamente ogni abuso e il monaco si guardi dall’ingordigia. Perché nulla è tanto sconveniente per un cristiano, quanto gli eccessi della tavola, come dice lo stesso nostro Signore: “State attenti che il vostro cuore non sia appesantito dal troppo cibo”.
  2. Quanto poi ai ragazzi più piccoli, non si serva loro la medesima porzione, ma una quantità minore, salvaguardando in tutto la sobrietà.
  3. Tutti infine si astengano assolutamente dalla carne di quadrupedi, a eccezione dei malati molto deboli.

 

Il giusto piacere

Padre Claudio – 10 marzo 2026

 

Questo capitolo ci può insegnare il valore della misura in ogni aspetto e ambito della vita. L’alimentazione è un ambito emblematico, ma le dinamiche che possiamo riconoscere in esso le ritroviamo anche altrove. L’intemperanza, l’eccesso, è ciò che rende negativo anche qualcosa che ha un suo valore e significato positivo per natura. L’alimentazione è la riposta a un bisogno e può essere strumento per coltivare relazioni e per sottolineare la gioia. Pensiamo come Gesù utilizzi l’immagine del banchetto per parlare del Regno e della gioia che lo caratterizza. Eppure tutto questo può essere rovinato, deturpato, dall’eccesso.

Dove sta il veleno che stravolge questo ambito, come altri? È quel mettere il mio bisogno e la mia soddisfazione al centro distorcendone il fine. Il fine dell’alimentazione non è l’appagamento personale, ma il sostentamento della vita per poterci donare, per poter vivere relazioni, per poter realizzare altro. Non deve diventare un ripiegamento su se stessi. Il piacere e il gusto che mi dona il magiare, come molti altri aspetti della vita, non è un male in sé. Anzi, Dio ce lo ha donato per allietare il cuore dell’uomo. Ma se il godimento diventa il fine, stravolgiamo quel momento.

Dio abbellisce molti ambiti della nostra vita con un piacere, ma questo è un aspetto che ci viene donato per sostenerci in quello che è il nostro cammino verso il vero fine, che non è lì. Quando invece il piacere diventa il criterio o il fine di un nostro gesto, di una nostra scelta, guastiamo il dono di Dio. La ricerca del piacere per se stesso è come il tentativo di impossessarci del dono di Dio per gestircelo come vogliamo noi, strappandolo dalle Sue mani. La voracità trasforma il dono del piacere in una schiavitù mortifera.

La misura è il rispetto della gratuità, è il riconoscimento che si tratta di un dono di Dio che mi chiama a farmi dono. Dio nella sua tenerezza mi allieta per sostenere il mio cammino verso l’altro. Il ringraziamento e la misura sono due antidoti che ci sono indicati per custodire la libertà e il fine della vita. Saper ringraziare riconoscendo che è un dono di Dio, e per questo va rispettato e custodito come la manna. Se cerco di impossessarmene marcisce. Dio me ne darà quanto mi è necessario, in modo da sostenermi per il cammino verso la terra promessa.