1 marzo 2026
Omelia di fratel Bernardo
Gen 12,1-4a; 2Tm 1,8b-10; Mt 17,1-9
La tradizione ebraica racconta che un giorno Abramo, figlio di un fabbricante e commerciante di idoli, intuì, mosso dallo Spirito, qualcosa ‘oltre’ sull’identità di Dio e, preso da zelo, entrò nottetempo nel magazzino di famiglia e fracassò tutti gli idoli, scatenando l’ira del padre che su quella menzogna fondava la sua fortuna. Abramo, per salvare la sua vita, salvaguardare la sua intuizione e coltivarla, mosso dallo Spirito, fu costretto a partire da Carran: “Vattene da …”. Fin dove andrà nella sua ricerca di verità ultima?
La liturgia della Parola in questa seconda domenica di Quaresima mi pare voglia suggerirci il lungo e faticoso percorso esperienziale per la comprensione del mistero di Dio con l’uomo e giungere alla meta verso cui Abramo un giorno si è messo in cammino.
Nella vicenda umana di Gesù i vangeli collocano l’evento della Trasfigurazione in un momento cruciale e di svolta: nella predicazione del Regno, Gesù ha colto la resistenza alla novità del suo annuncio fino a comprendere che dovrà anch’egli condividere la sorte dei profeti in Israele. L’evento del Tabor giunge a rassicurare il Messia della bontà del suo percorso e a confortare i suoi di fronte allo scandalo dell’estremo rifiuto della parola che ha suscitato in loro la speranza.
Ed ecco, di fronte al volto di Gesù sfolgorante come il sole e alla luce delle sue vesti, mentre in Elia e Mosè sembra dispiegarsi l’itinerario dell’intera Scrittura, rivelazione e comprensione del mistero di Dio e dell’uomo, di nuovo una parola di verità sorge dal cuore umano: “Signore, è bello per noi essere qui!”. Questo ‘qui’ cosa indica? Forse la luce di una bellezza che ci fa riposare e ci colma di pienezza? Forse! Certo la ‘nube luminosa’ e la ‘ voce’, che da essa esce e che siamo invitati tutti ad ascoltare, indicano la presenza stessa di quell’Assoluto che mosse Abramo e generò tutta la ricerca sua e di tutta la sua discendenza … e sino alla nostra!
Nei suoi istanti di luminosità, nei sui momenti di piena intuizione, questa ricerca dona l’esperienza di una libertà, di una gioia, di un compimento di umanità, di relazione, di amore che ci fa dire con Pietro: “Signore, è bello per noi essere qui!”.
Il discepolo di Paolo, autore della seconda lettera a Timoteo, descrive questa esperienza interiore con queste parole: “Egli [Dio] ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù”.
La Grazia, l’Amore gratuito di Dio, ci è data sin dall’eternità “in Cristo Gesù” e non in base alle nostre opere; e il tempo tutto intero ci è dato per rivelarci progressivamente questo eterno dono di Grazia. E l’unica risposta adeguata e vera a questo Amore è una vita intera trascorsa nella gratitudine, nel rendimento di Grazia!
“Vita Eterna”, come suggerì un giorno Benedetto XVI a un giornalista: “Istante di reciproco amore compiuto”?

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