Regola di San Benedetto
Capitolo XXXVI, 1-6 – I fratelli infermi
- L’assistenza agli infermi deve avere la precedenza e la superiorità su tutto, in modo che essi siano serviti veramente come Cristo in persona, il quale ha detto di sé: “Sono stato malato e mi avete visitato”, e: “Quello che avete fatto a uno di questi piccoli, lo avete fatto a me”.
- I malati però riflettano, a loro volta, che sono serviti per amore di Dio e non opprimano con eccessive pretese i fratelli che li assistono, ma comunque bisogna sopportarli con grande pazienza, poiché per mezzo loro si acquista un merito più grande.
- Quindi l’abate vigili con la massima attenzione perché non siano trascurati sotto alcun riguardo.
Più fragili più fratelli
Padre Claudio – 13 febbraio 2026
Leggiamo questo capitolo proprio mentre fr. Agostino è in ospedale e questo ci permette di riflettere sulla cura agli ammalati. Questo è un ambito in cui concretizzare sia il senso di appartenenza alla famiglia monastica, sia la carità che Cristo ci chiede verso i più deboli e i più piccoli. A volte questa assistenza può essere lieve e gratificante, altre volte può essere complicata e pesante. La presenza di persone care è però sempre un lenitivo sia psicologico che fisico in una situazione di sofferenza, e in particolare quando ci si trova fuori del proprio contesto abituale, come ad esempio in ospedale.
Con la professione si entra a fare parte della famiglia monastica condividendone sia la dimensione spirituale, che quella materiale. Questa comprende la cura reciproca, l’attenzione e l’assistenza. Anche la nostra comunità sta invecchiando e si troverà ad affrontare sempre più spesso la fragilità non solo fisica, ma anche cognitiva, dovrà trovare nuovi equilibri e compiere scelte per rispondere alle esigenze che si presenteranno: saranno un appello di Dio a vivere e testimoniare in modo concreto l’essere fratelli.
Molto probabilmente saremo chiamati a investire più energie e tempo nell’assistenza e nella cura dei fratelli anziani o fragili. Sarà occasione per crescere sia personalmente che comunitariamente nella comunione e nella fede. Accompagnare, ad esempio, una persona nell’ultimo tratto della vita verso la morte, esperienza che non affrontiamo spesso, è un’esperienza che sempre segna e che può aprirci a uno sguardo più vero verso la vita che non termina con la morte del corpo. È un momento in cui la fede di ciascuno è chiamata ad essenzializzarsi e purificarsi. Può essere un’esperienza che fortifica e consola, senza essere fatta di parole, quanto di sguardi e presenza.

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