Regola di San Benedetto

Capitolo XXXV, 1-6 – Il servizio della cucina

  1. I fratelli si servano a vicenda e nessuno sia dispensato dal servizio della cucina, se non per malattia o per un impegno di maggiore importanza, perché così si acquista un merito più grande e si accresce la carità.
  2. Ma i più deboli siano provveduti di un aiuto, in modo da non dover compiere questo servizio di malumore; anzi, è bene che, in generale, tutti abbiano degli aiuti in corrispondenza alla grandezza della comunità e alle condizioni locali.
  3. In una comunità numerosa il cellerario sia dispensato dal servizio della cucina, come anche i fratelli che, secondo quanto abbiamo già detto, sono occupati in compiti di maggiore utilità, ma tutti gli altri si servano a vicenda con carità.

 

Riconoscenza senza pretesa

Padre Claudio – 4 febbraio 2026

  1. Vi sono servizi che “procurano maggior merito di carità” perché alla fine diventano scontati. Vi sono servizi nascosti, che vengono compiuti senza che nessuno se ne accorga, e anche questi risultano al lungo andare pesanti per chi li vive perché non è “consolato” da nessun riconoscimento. Ma anche quelli ben visibili, come appunto la cucina, a un certo punto vengono considerati un dovere, per cui si perde la capacità di vedere il sacrificio e l’offerta di chi li compie.Certamente non si vivono i servizi per essere lodati, per guadagnare stima, per mettersi in mostra, ma per amore, come forma concreta di carità a ciascun membro della comunità e a Dio stesso, presente nei fratelli. Questo significa anche che è nella preghiera che ogni servizio si alimenta e trova il suo senso. Ci è sempre utile ritornare alle parole di Gesù: non sono venuto per essere servito, ma per servire (Mc 10,35). Umanamente però ci dovrebbe essere, sempre nella prospettiva di una circolarità, di una circolazione, stima e riconoscenza per colore che ci servono, si prendono cura di noi in qualche modo e forma.

    Abbiamo bisogno di riconoscere come non è dovuto e scontato che un fratello si spenda per noi, per la comunità. La riconoscenza ci mette al riparo dalla pretesa, che è una malattia che può diffondersi in una comunità. Pretesa che gli altri ci servano o che lo facciano come noi vogliamo. Il servizio resta invece un dono, qualcosa che non può essere preteso, ma che va accolto come ci viene offerto.

    Ciò che viviamo tra di noi, ha un riflesso nella relazione con Dio. Se pretendiamo dai fratelli c’è il rischio che ci mettiamo a pretendere da Dio, perché la dinamica è la stessa: una cecità autoreferenziale.

    In momenti diversi siamo tutti chiamati a servire e ad essere serviti, proprio perché possiamo imparare a riconoscere cosa significa e cosa costa servire ed essere serviti, e impariamo a vivere queste dinamiche con tutti, compresa la relazione con Dio.