Oblazione di Cristina
31 gennaio 2026
Omelia di padre Claudio
Sam 12,1-7a.10-17; Sal 50; Mc 4,35-41
Questo passo dell’oblazione si inserisce in un cammino che ha la sua origine nel battesimo, e che ha trovato nella spiritualità benedettina un modello e un aiuto per vivere il Vangelo. L’offerta della tua vita a Dio è una risposta al suo amore e alla sua fedeltà. Anche altre figure di santità ed esperienze spirituali hanno arricchito il tuo cammino. In particolare la figura di san Giovanni Bosco di cui facciamo memoria, e la sua cura educativa, che illumina il tuo essere insegnante. Ci si potrebbe chiedere: perché allora san Benedetto? Che cosa ti offre in più o a completamento?
Penso che la Regola ci insegni come incarnare il desiderio di non anteporre nulla a Dio in una vita ordinaria. Il primo suggerimento che ci offre è che è proprio nella concretezza e ordinarietà delle nostre vite che siamo chiamati a vivere la nostra relazione con Dio. I momenti straordinari possono aiutare, ma non ci possono tenere in piedi. Questa ordinarietà ha poi bisogno di un ordine, di una strutturazione, di un equilibrio. Imparare a tenere insieme in modo armonico preghiera, lavoro, relazioni, e tutto ciò che costituisce il nostro vivere. Non lasciandoci travolgere, ma prendendo il controllo per orientare e guidare la nostra vita. Un altro elemento che ci suggerisce è l’importanza dell’ascolto. Questo atteggiamento è prezioso e va vissuto con Dio, con il prossimo, con noi stessi. Imparare ad ascoltare Dio, l’altro, noi stessi, per riconoscere la Sua presenza e la Sua guida.
Questo ascolto è quello della Scrittura, che ci permette di vivere una preghiera dialogata, che non è solo invocazione, e che forma e plasma il nostro cuore a immagine del Suo. Questo ascolto è quello di se stessi, come capacità di fermarsi e lasciar emergere il vissuto per imparare a conoscere e accogliere i sussurri dello Spirito in noi. Non è un conoscersi fine a se stesso, ma per poterci donare e per rispondere al suo appello.
La parola che la liturgia ci offre oggi ci dona anche alcuni spunti. Quando scegliamo di accogliere il Signore nella barca della nostra vita, dobbiamo riconoscere come questa sua presenza non la si può identificare con la bonaccia, con l’assenza di difficoltà e contraddizioni. A volte contraddizioni dentro di noi. Essa ci invita ad aver fiducia e speranza nell’attraversarle, non è un’assicurazione che non ci saranno. A volte potrà nascere in noi la domanda: ma non t’importa di me? Di noi? Perché tutto questo?
L’evangelista Marco sembra suggerirci questa risposta: certo che mi importa, e mi interessa che tu ti fidi nell’affrontare queste tempeste per essere a tua volta segna di speranza per tutte le altre barche nelle quali lo non sono stato accolto. Non ci separa cioè dall’esperienza di ogni uomo per farci strumenti della sua grazia. L’essere parte di una comunità ci dice la nostra responsabilità nel sostegno reciproco nel cammino della vita. Questa porta con sé venti e burrasche, ma sono tutte attraversabili se ci fidiamo di Lui, se le affrontiamo come Lui le ha affrontate.
Il monaco, la comunità monastica, la comunità dei fratelli e sorelle nel mondo, non vive separata, ma è nel mondo come lievito nella pasta per risanarla dall’interno, per fecondarla. Siamo accanto a ogni uomo e donna con la fiducia che Dio è con noi, l’abbiano accolto nella nostra barca, che la nostra vita è preziosa ai suoi occhi. Usando le parole di Benedetto: senza mai disperare della misericordia di Dio. In questo modo siamo chiamati ad essere uomini e donne di speranza. Siamo chiamati a saper dominare la nostra paura, perché risplenda così la sua signoria sulla nostra vita e attorno a noi.
Con il salmista invochiamo uno spirito saldo, un cuore puro, per poter essere generosi e gioiosi.
Ti auguriamo di poter essere tutto questo in particolare tra i ragazzi, che tanto hanno bisogno di riferimenti e modelli perché sballottati da una cultura che illude e abbandona, che disorienta e tradisce. Possa tu essere un eco di questa parola: non temere, io sono con te.

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