11 luglio 2026

 

Omelia di padre Claudio

Pr 2,1-9; Col 3,12-17; Mt 19,27-29

 

Cosa ci suggerisce la Parola di Dio per questa solennità di San Benedetto? Vorrei partire dalla lettera ai Colossesi. Paolo ci indica i sentimenti che dovrebbero caratterizzare il nostro vivere insieme: misericordia, benevolenza, umiltà, mansuetudine, pazienza. Troviamo qui già un programma per lavorare ciascuno su se stesso, sul suo modo di reagire. Mi sembra interessante che Paolo usi l’espressione: rivestirsi. Ci dà l’idea di qualcosa da indossare, qualcosa che non abbiamo e con cui coprire le nostre povertà, che sono legate spesso all’istintività. Visceralmente saremmo portati a reagire in modo aggressivo, a pensar male, a volerci affermare, a scattare violentemente o a rimuginare risentimenti.

Questo rivestirci è un lavoro di conversione, di trasformazione, di educazione, che però non ha di mira un semplice quieto vivere, ma in modo molto più alto ed esigente il rivestirci degli stessi sentimenti di Cristo. E’ la via della conformazione a Cristo. Prendendo spunto da un’altra parabola, è l’abito nuziale con il quale partecipare alla festa di nozze a cui siamo invitati, anche se non ce lo meritiamo.

Il fatto che Paolo utilizzi lo stesso verbo anche per l’amore, vincolo della perfezione, mi sembra che ci suggerisca che questi sentimenti sono la strada, le tappe, per giungere all’amore. Se non impariamo pian piano a vivere tra di noi misericordia, umiltà, mansuetudine, pazienza, non possiamo arrivare ad amarci. Forse ci illudiamo di amarci, ma questo amore è solo un’idea nella nostra mente. Questi sono invece atteggiamenti relazionali che si traducono in gesti concreti.

Il modo per indossarli è cambiare prospettiva, smettendo di partire dall’altro, dal fatto che se lo meriti, che si comporti in modo giusto, ecc. Non siamo noi i giudici dei fratelli. Paolo ci suggerisce di guardare a Cristo: come Cristo… così fate anche voi. Ci invita a incominciare noi, a lavorare su di noi. Se vuoi correggere l’ingiustizia di tuo fratello incomincia tu a cambiare abito, perché siamo tutti chiamati alla stessa festa di nozze.

Forse le cose che facciamo più fatica a lasciare non sono i nostri genitori, i nostri amici, i nostri beni, ma il nostro sguardo un po’ giudicante sull’altro, il nostro modo di reagire, la nostra mancanza di libertà dovuta a ricordi del passato che condizionano il nostro futuro, ecc. Il lasciare che Dio ci chiede è per essere liberi di seguirlo, di giungere alla perfezione dell’amore. Possiamo avere addosso abiti chi ci fanno inciampare. Sono questi che dobbiamo lasciare. Ciascuno deve capire cosa lo rallenta nella sequela, cosa non lo lascia libero, e liberarsi di questo. Allora sperimenteremo la gioia di poter correre su quelle vie che dilatano il cuore. La via che Benedetto ha tracciato è per la gioia di vivere con Dio, non è un percorso penitenziale. Se c’è qualcosa di faticoso è per liberarci da ciò che ci blocca e ci impedisce di gioire.