Regola di San Benedetto
Capitolo LXIII, 4-19 – L’ordine della comunità
- Dunque i monaci si succedano nel bacio di pace e nella comunione, nell’intonare i salmi e nei posti in coro, secondo l’ordine stabilito dall’abate o a essi spettante. E in nessuna occasione l’età costituisca un criterio distintivo o pregiudizievole per stabilire i posti, perché Samuele e Daniele, quando erano ancora fanciulli, giudicarono gli anziani. Quindi, a eccezione di quelli che, come abbiamo già detto, l’abate avrà promosso per ragioni superiori o degradato per motivi fondati, tutti gli altri occupino sempre i posti determinati dalla data del rispettivo ingresso, in modo che il monaco, arrivato – per esempio – in monastero alle 9, sappia di essere più giovane di quello arrivato alle 8, quale che sia la sua età e dignità.
- Per quanto riguarda i ragazzi, invece, si osservi in tutto e per tutto la relativa disciplina. I più giovani, dunque, trattino con riguardo i più anziani, che a loro volta li ricambino con amore. Anche quando si chiamano tra loro, nessuno si permetta di rivolgersi all’altro con il solo nome, ma gli anziani diano ai giovani l’appellativo di “fratello” e i giovani usino per gli anziani quello di “reverendo padre”, come espressione del loro rispetto filiale. L’abate poi sia chiamato “signore” e “abate”, non perché si sia arrogato da sé un tale titolo, ma in onore e per amore di Cristo del quale sappiamo per fede che egli fa le veci. Da parte sua, però, rifletta sull’onore che gli viene tributato e se ne dimostri degno.
- Dovunque i fratelli si incontrano, il più giovane chieda la benedizione al più anziano; quando passa un monaco anziano, il più giovane si alzi e gli ceda il posto, guardandosi bene dal rimettersi a sedere prima che l’anziano glielo permetta, in modo che si realizzi quanto è scritto: “Prevenitevi a vicenda nel rendervi onore”. ragazzi più piccoli e i giovanetti occupino in coro e in refettorio i posti loro spettanti secondo la Regola: ma fuori di lì siano sorvegliati e tenuti dappertutto sotto la disciplina, finché non avranno raggiunto un età più matura.
Comunità famigliare
Padre Claudio – 22 ottobre 2026
Potrebbero apparire delle semplici indicazioni di galateo, quelle che troviamo in questo capitolo, ma sono in realtà suggerimenti per evitare che in monastero ci si riduca a relazioni formali. Benedetto immagina le sue comunità come famiglie, dove vi sono delle relazioni affettive, dove circola amore. Questa meta non è facile da raggiungere perché non ci siamo scelti, ma ci siamo ritrova insieme per aver scelto Dio e una modalità di sequela. Questo ci suggerisce subito anche la via per giungere a relazioni affettivamente sane in comunità. E’ proprio a partire dalla relazione con Dio che possiamo trovare la risorse per amare i fratelli superando anche difficoltà relazionali reali.
Quello che ci vuole insegnare la Regola è che le relazioni non possono vivere solo dell’emozione, dell’istintività, ma per essere mature e profonde necessitano di scelte. La volontà orienta e gestisce l’insieme di emozioni, sentimenti, reazioni, ecc. che si manifestano in una relazione. E il Vangelo ci indica come questa volontà deve essere orientata al bene dell’altro, cioè non deve partire da me, dai miei sentimenti, ma dall’ascolto e conoscenza dell’altro per trovare le forme che permettano un camminare insieme verso il bene.
Il nostro cammino di conversione si gioca qui, il nostro cammino di santità è vincere quelle reazioni negative che possono nascere e costruire relazioni di accoglienza della fragilità dell’altro. Se siamo chiamati ad amare i nemici non possiamo esimerci dall’amore i confratelli. Ma questo amore non è, e non può essere, uguale, omologato, ma si declina in base alla realtà di ciascuno. Qui Benedetto usa due termini, venerare e amare per due categorie di persone, ma possiamo dire che la declinazione è molto più complessa.
La stima la si costruisce anche con il modo di chiamarsi, con il rispetto con cui ci si ascolta, con l’attenzione che ci si dona. Occorre però anche non lasciarsi prendere dalla pretesa, nel senso che comunque le relazioni restano libere e non possiamo quindi pretendere che l’altro si relazioni con noi come noi vogliamo. E’ un dono e va accolto come ci viene offerto. Dobbiamo cioè imparare a riconoscere la bellezza e la preziosità di ciò che ci viene già offerto nelle relazioni che abbiamo. Ciascuno si deve impegnare a migliorare e far crescere la sua modalità di porsi, ma non deve giudicare e pretendere dall’altro. Quando scatta il meccanismo della pretesa le relazioni si guastano, anche nelle coppie.

Nessun commento