Regola di San Benedetto

Capitolo LIII, 1-5 – L’accoglienza degli ospiti

  1. Tutti gli ospiti che giungono in monastero siano ricevuti come Cristo, poiché un giorno egli dirà: “Sono stato ospite e mi avete accolto” e a tutti si renda il debito onore, ma in modo particolare ai nostri confratelli e ai pellegrini. Quindi, appena viene annunciato l’arrivo di un ospite, il superiore e i monaci gli vadano incontro, manifestandogli in tutti i modi il loro amore; per prima cosa preghino insieme e poi entrino in comunione con lui, scambiandosi la pace. Questo bacio di pace non dev’essere offerto prima della preghiera per evitare le illusioni diaboliche.

 

Condividere l’esperienza di Dio

Padre Claudio – 4 luglio 2026

 

Quali atteggiamenti ci suggerisce Benedetto per rendere autentica la nostra ospitalità? Abbiamo un’indicazione generica e riassuntiva: premurosa attenzione suggerita dalla carità, seguita da due gesti puntuali: il pregare insieme e il bacio di pace. Potrebbe sembrarci scontato, ma prima di tutto ci è chiesto di pregare insieme, che vuol dire non solo permettere agli ospiti di assistere alla nostra preghiera, ma anche pensarla perché siano aiutati a condividerla, e più profondamente, favorire una loro partecipazione. Forse ancora in modo più esigente, condividere le preoccupazioni e i desideri che abitano le loro preghiere, portarli nelle nostre preghiere. Riuscire cioè a condividere un’esperienza di relazione con Dio che possa restare in qualche modo nella loro vita al di là del momento puntuale.

Questo è ciò che in realtà caratterizza e dà senso alla nostra ospitalità, perché sia un’esperienza spirituale. Dalle nostre liturgie deve trasparire in qualche modo la nostra esperienza di Dio, perché possa essere condivisa e possa sostenere il loro cammino. Questa esperienza non passa solo dalle parole che cantiamo o recitiamo, ma anche dal nostro modo di porci, di ascoltare, di condividere ciò che abbiamo riflettuto. Non semplicemente una bella liturgia, ma più profondamente una vera esperienza di preghiera.

Questo permette anche di fare un’esperienza di pace che non sia un’illusione, un semplice benessere suscitato dall’assenza di preoccupazioni, di problemi, di assilli, ma una pace che nasce dal cuore, che si rigenera nella relazione con Dio. Spesso gli ospiti ci dicono che il monastero è un’oasi di pace. Questo non è solo frutto del silenzio, di un bel luogo, di un ritmo diverso dal loro quotidiano.  È il frutto della preghiera che diventa quasi palpabile.

Benedetto ci invita quindi a curare la qualità della nostra preghiera personale e comunitaria, perché da qui viene la qualità poi dei nostri gesti di premurosa attenzione. Se non ci fosse questa preghiera la nostra ospitalità sarebbe solo gentilezza, e non lascerebbe un segno nell’intimo, perché questo non lo deponiamo noi, ma lo Spirito Santo che ci raccoglie tutti e ci guida nella relazione con il Padre. Se un ospite fa un’esperienza significativa per la sua vita, non è merito nostro, ma è il segno dall’azione dello Spirito a cui noi siamo chiamati a offrire la nostra collaborazione.