Regola di San Benedetto

Capitolo LII – La chiesa del monastero

  1. La chiesa sia quello che dice il suo nome, quindi in essa non si faccia né si riponga altro. Alla fine dell’Ufficio divino escano tutti in perfetto silenzio e con grande rispetto per Dio,
  2. in modo che, se un monaco volesse rimanere a pregare. privatamente, non sia impedito dall’indiscrezione altrui. Se, però, anche in un altro momento qualcuno desidera pregare per proprio conto, entri senz’altro e preghi, non a voce alta, ma con lacrime e intimo ardore. Perciò, come abbiamo detto, chi non intende dedicarsi all’orazione si guardi bene dal trattenersi in chiesa dopo la celebrazione del divino Ufficio, per evitare che altri siano disturbati dalla sua presenza.

 

Pregare personalmente

Padre Claudio – 2 luglio 2026

 

L’oratorio deve restare sempre un luogo in cui potersi fermare a pregare personalmente. Questo capitolo è l’occasione per Benedetto per invitare indirettamente i monaci a non accontentarsi della misura stabilita per la preghiera, ma saper vivere momenti gratuiti e personali di raccoglimento. Se è vero che precedentemente ha usato l’espressione “dovere del servizio” per parlare della preghiera dell’ufficio, la preghiera però non può essere vissuta come un dovere. Questo atteggiamento sarebbe il minimo per sopravvivere, ma perché la nostra vita possa avere un senso e una pienezza, la nostra relazione con Dio deve essere centrale.

Questa certamente non si esaurisce né nella preghiera comune dell’ufficio e in quella liturgica, né in quella personale e spontanea, ma segna il nostro modo di vivere e di scegliere. Però ha bisogno per alimentarsi di questi momenti e queste espressioni.

Noi oggi siamo più portati a vivere in cella questa preghiera spontanea e personale. Nella Regola non c’è questo spazio “intimo” perché sono previsti i dormitori, e quindi la cappella resta l’unico spazio in cui vivere nel nascondimento questa relazione personale.

Questo capitolo può essere allora l’occasione per chiederci come viviamo la spontaneità e la gratuità nella nostra relazione con Dio. Se c’è e quali forme usiamo, quali spazi ci aiutano in questo.