5 luglio 2026
Omelia di padre Claudio
Zac 9,9-10; Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30
La liturgia della parola ci offre alcune piste per trovare riposo interiormente. Questo riposo è una questione di rigenerazione e di capacità di affrontare la vita senza che questa ci travolga. Certamente gli avvenimenti ci plasmano, e questo è anche positivo, ma non ci devono travolgere, cioè destabilizzare e disorientare.
La prima indicazione ce la offre Gesù con quell’invito alla mitezza e umiltà di cuore. Come possiamo esplicitare queste parole? ll mite non percepisce la vita come un campo di battaglia, gli altri come un pericolo, e per questo non vive sulla difensiva. Ha una fiducia di fondo e una serenità che si fonda sulla certezza di essere nelle mani di Dio e per questo sa che ogni situazione può essere affrontata con il suo aiuto, e si può sempre trovare qualcosa di positivo, di edificante. La mitezza ha quindi due dimensioni, la relazione con Dio, e quella con la realtà che ci circonda. La prima rasserena la seconda. Guardiamo proprio a come Gesù ha vissuto e affrontato le varie situazioni.
L’umiltà di cuore potrebbe essere interpretata come l’atteggiamento di chi sa che può sempre imparare, che è sempre in cammino per crescere, e che tutti e tutto può essere strumento di Dio per questo cammino. Per questo non pretende di avere la verità in tasca, ma la cerca. Non presume di bastare a se stesso, ma resta attento agli stimoli e provocazioni che lo possono far crescere. Non ha un’immagine idealizzata di se stesso da difendere, ma costruisce giorno dopo giorno la sua identità.
Ma anche la prima lettura ci offre una pista di lavoro. La pace è fonte di serenità e di riposo. Essa è frutto di giustizia, umiltà. Dai gesti alle parole dobbiamo imparare a spegnere l’aggressività che ci circonda e che rischia di contagiarci. Come ci ricordava papa Leone, le prime armi che dobbiamo imparare a deporre sono le parole che feriscono, che umiliano, che disprezzano l’altro. Sono armi che tutti abbiamo e che dobbiamo imparare a spezzare. A volte non sono apparentemente aggressive, perché pronunciate con pacatezza e calma, ma come un veleno minano la dignità dell’altro sottolineando o ingigantendo i suoi limiti e difetti. Benedetto la chiamerebbe mormorazione, quella lamentela che non costruisce, ma demolisce.
Paolo infine ci invita a ricercare nello Spirito Santo la luce per interpretare la nostra vita e orientarla così a Dio. Questo ci permette di porre il nostro capo in Lui e trovare cosi riposo. I desideri dello Spirito sono i desideri di Dio, è la via alla conformazione a Lui. Questo Spirito che già abita in noi, ci vuole condurre alla sorgente che disseta e rasserena la nostra vita. Fare nostri i suoi desideri passa dal domandarci: cosa Lui vorrebbe in questa precisa situazione? È ricercare in Lui i criteri delle nostre scelte e delle nostre decisioni.

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