13 settembre 2026
Omelia di padre Claudio
Sir 27,30-28,7; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35
Pietro nel fare la sua domanda sul perdono pensa di essere generoso e benevolo: perdonare sette volte, un numero perfetto e simbolico. La riposta di Gesù vorrebbe fargli fare un passo importante: non si puo misurare l’amore e neppure il perdono. Perché questo vorrebbe dire restare in una logica retributiva e con una giustizia calcolata. Il problema non è quante volte, ma con che atteggiamento ti poni di fronte alla colpa dell’altro. Che cosa ho di mira, cosa voglio ottenere? Dio vorrebbe la salvezza del peccatore, la sua giustificazione. Noi cosa? La sua punizione? La sua conversione? Bene, ma come? Imponendola con la forza? Il bene non si impone.
Il perdono dovrebbe essere una nuova possibilità di vita, un dono gratuito per ricominciare. In particolare dovrebbe essere la possibilità di ricominciare una relazione ferita. Per cui abbandonare la memoria del male ricevuti e aprirsi alla possibilità di un futuro nuovo e diverso.
Nella parabola troviamo degli elementi importanti. Il primo servo ha un debito talmente grande che anche la vendita di lui e della sua famiglia non lo può estinguere, sarebbe solo un modo per punirlo per la sua inadempienza. Questo servo supplica il re per avere del tempo, una dilazione. Il re sa bene che se non è riuscito a pagare finora non ci riuscirà anche dandogli del tempo. Decide quindi non di dargli del tempo, ma di condonargli il debito, che significa ridargli una nuova possibilità di vita. Accettare la dilazione avrebbe voluto dire farlo vivere con l’angoscia del debito e di poter essere in ogni momenti gettato in prigione. La pena sarebbe solo stata sospesa e spostata nel tempo. La scelta del re è quella di abbandonare la logica della restituzione, e passare a quella di una nuova possibilità di vita. Non una giustizia che misura e cerca un equilibrio, ma una giustizia che cerca la salvezza della persona.
Questo servo però dimostra di non aver capito nulla, perché resta nella logica della restituzione andando a cercare persone che erano debitrici nei suoi confronti e non accettando nessun tipo di mediazione, neppure la dilazione. Oggetto di un gesto gratuito non sa accogiere e vivere questa gratuità. Il re gli ha dato una nuova possibilità di vita perché la usasse bene, ma la spreca perché resta nella stessa logica di prima.
Questa parabola allora ci suggerisce di riflettere su quale idea abbiamo di giustizia, quale giustizia perseguiamo. Che cosa vogliamo ottenere? Ma anche di accorgerci di come Dio agisce e si comporta con noi. Il perdono di Dio non è forse rimetterci nella possibilità di cambiare e affrontare la vita in modo nuovo? E Dio non ce offre quando è sicuro che noi cambiamo, ma come possibilità che possa esserci questo cambiamento. E come un seme gettato nella speranza che possa attecchire, crescere e portare frutto. Potremmo dire che il perdono è una scommessa sul futuro nella speranza che possa portare alla salvezza, alla giustizia di Dio. I tenere il conto degli stagli passati ci impedisce di sperare in un futuro nuovo.
Ma il perdono per essere una nuova possibilità non è solo non contare gli sbagli, ma cercare di creare le condizioni di un cambiamento, di una conversione. Un percorso e non un semplice gesto puntuale. Un cammino di giustificazione, per diventare giusti a immagine di Dio.
Questa parabola ci invita anche a riconoscere come noi siamo oggetto spesso di questo atteggiamento di Dio. Imparare a guardare come Dio agisce con noi può aiutarci a capire come agire con gli altri. Quindi ci invita a imparare da Lui. Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso, e come possiamo capire cos’è la misericordia del Padre se non capendo cosa fa con noi?

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