Regola di San Benedetto
Capitolo XLVII – Il segnale per l’Ufficio divino
- Bisogna che l’abate si assuma personalmente il compito di dare il segnale per l’Ufficio divino, oppure lo affidi a un monaco diligente in modo che tutto avvenga regolarmente nelle ore fissate.
- L’intonazione dei salmi e delle antifone, secondo l’ordine prestabilito, spetta, dopo l’abate, ai monaci appositamente designati. E nessuno si permetta di cantare o di leggere all’infuori di chi è capace di farlo in maniera da edificare i suoi ascoltatori; inoltre questo compito dev’essere svolto con umiltà, gravità e reverenza e solo dietro incarico dell’abate.
I servizi comunitari
Padre Claudio – 23 maggio 2026
Al di là del titolo in questo capitolo sono raccolte diverse indicazioni circa i servizi comunitari. La prima cosa che vorrei sottolineare è che questi sono una forma concreta di collaborazione con l’abate. Questo significa che vanno vissuti non solo praticamente, ma anche interiormente, in sintonia e in accordo con lui, e non come piccoli o grandi feudi in cui organizzarsi a proprio piacere, in modo indipendente e autonomo. I diversi incarichi li si riceve dall’abate e li si vive come forma concreta di condivisione della responsabilità.
Si vede quando in una comunità non c’è questo spirito, e i diversi incarichi vengono vissuti anche in antagonismo con l’autorità dell’abate per affermarsi. Benedetto richiama esplicitamente l’atteggiamento dell’umiltà. La bontà dello svolgimento di un servizio o di un incarico lo si valuta non solo dall’efficienza, ma anche da questa armonia e convergenza, oltre che dal modo di porsi nei confronti dei fratelli. Anche quelli che potrebbero essere considerati servizi prestigiosi, qui indicati ad esempio con il canto e la lettura nella liturgia, vanno svolti in funzione e per il bene della comunità, e non di se stessi, anche se ciascuno ci mette della propria creatività. Il nostro donarci a Dio passa prima di tutto attraverso i servizi concreti offerti ai fratelli della comunità.
Un altro segno di un malessere profondo di una comunità emerge quando si evitano o si svolgono male i servizi ai fratelli o alla comunità nel suo insieme. Quando si incomincia a ritenere tempo perso quello da dedicare ad esempio alla pulizia di un corridoio, al lavaggio dei piatti, ecc. significa che si sta montando in superbia pensandosi di fatto più importanti. Inizia a insinuarsi il male della pretesa e sta morendo la logica del dono. Ma questo significa che sta morendo l’essenziale della propria vocazione.
La gravità qui richiamata è l’attenzione, la cura, l’importanza, data a ogni gesto svolto per il bene dei fratelli e della comunità. Non cose buttate lì per dovere, ma fatte con attenzione e se possibile con amore. Per fede dovremmo riconoscere che in questo modo serviamo Cristo stesso, e per questo ci dovremmo mettere anche riverenza. Il servizio divino non è astratto, ma si incarna nell’umiltà dei gesti quotidiani che fanno vivere una comunità.

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