Regola di San Benedetto
Capitolo XLVI – La riparazione per le altre mancanze
- Se, mentre è impegnato in un qualsiasi lavoro in cucina, in dispensa, nel proprio servizio, nel forno, nell’orto, in qualche attività o si trova in un altro luogo qualunque, un monaco commette uno sbaglio, rompe o perde un oggetto o incorre comunque in una mancanza e non si presenta subito all’abate e alla comunità per riparare spontaneamente e confessare la propria colpa, sarà sottoposto a una punizione più severa, quando il fatto verrà reso noto da altri.
- Ma se il movente segreto del peccato fosse nascosto nell’intimo della coscienza, lo manifesti solo all’abate o a qualche monaco anziano, che sappia curare le miserie proprie e altrui senza svelarle e renderle di pubblico dominio.
Correggersi
Padre Claudio – 21 maggio 2026
In questo capitolo Benedetto distingue, ma mette anche in parallelo, “sbagli esteriori” e “sbagli interiori”. Ho usato intenzionalmente il termine sbagli e non peccato, a differenza della Regola, per sottolineare che parliamo di quei comportamenti non intenzionali, non premeditati. Proprio per questo fatto c’è il rischio di sottovalutarli e di non farci molta attenzione: non volevo farlo, ho sbagliato, ma fa niente. Questo atteggiamento però non ci aiuta né a superare una fragilità che così tenderà a diventare cronica, né ad avere una reale conoscenza di noi stessi, perché in questo modo è come se nascondiamo una parte di noi.
Riconoscere, è un conoscere per comprendere meglio anche ciò che si ripresenta, e questo per capire come gestire meglio un comportamento che può sfuggirci di mano. Ciò che non affrontiamo come elemento da correggere rischiamo di giustificarlo e assecondarlo. Per gli sbagli esteriori c’è l’aiuto della comunità, che vedendo un nostro comportamento un po’ troppo disinvolto può richiamarci, e in questo modo rimetterci davanti la realtà di noi stessi. Nel caso di quelli interiori non abbiamo questo aiuto e quindi la nostra responsabilità e vigilanza deve essere maggiore.
Il confronto è lo strumento per lavorare su noi stessi e crescere. Ma anche qui Benedetto ci offre delle indicazioni importanti. Non bisogna parlarne con chiunque, ma con chi può realmente aiutarci perché ha una maturità spirituale. Ci sono due rischi, quello di non parlarne con nessuno, e quello di chiedere a molti. Sono tutti e due modalità non corrette di affrontare un cammino di conversione. Cercare troppe guide significa non averne nessuna, perché le indicazioni saranno differenti e alla fine non si arriva a capo di nulla, o si gioca scegliendo le indicazioni che ci piacciono di più.
Quel manifestare al padre spirituale ci costa, ma ci aiuta già nel semplice fatto di farlo, a prendere coscienza che quel comportamento va corretto. Nel raccontarlo ne comprendiamo meglio le dinamiche e per certi versi ne prendiamo anche un po’ le distanze. Il confronto può aiutarci a capirne anche le radici, cioè da dove nasce e dove cerca di condurmi, per smascherare i meccanismi con cui mi condiziona. Normalmente i cammini di conversione richiedono pazienza e tempo, e non dobbiamo scoraggiarci per questo. Occorre costanza e fiducia.

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