29 giugno 2026
Omelia di padre Claudio
At 3,1-10; Gal 1,11-20; Gv 21,15-19
Che cosa ci vuole insegnare questa solennità dei SS. Pietro e Paolo in questo momento storico? Due figure cosi diverse per carattere, formazione, percorso umano e spirituale, ma unite in questa festa. Mi sembra che una delle caratteristiche della cultura predominante oggi, non solo sul fronte politico, è quello della forza e della prepotenza, dove chi emerge impone la sua prospettiva e i suoi principi. Il fine che giustifica i mezzí diventa un pericoloso criterio che, con l’illusione di abbreviare la strada per giungere alla giustizia e al bene, crea invece situazioni sempre più intricate e perverse.
Pietro e Paolo invece ci mostrano un altro percorso dove la collaborazione non è annullamento delle identità, ma complementarietà, dove la diversità diventa una vigilanza reciproca. E non è un caso che Dio abbia scelto due persone che hanno fatto su di sé l’esperienza del fallimento, della fragilità. Per Pietro il tradimento per paura, e nel caso di Paolo perseguitare per un pensiero fondamentalista. Una fragilità che nella loro responsabilità resta, perché troviamo ancora un Pietro vinto dal timore del giudizio degli altri, e un Paolo con una spina nella carne che lo umilia. Forse queste fragilità sono gli antidoti contro il rischio di una logica di autoaffermazione e di protagonismo che oggi invece è esaltata.
Ma come collaborare? A una lettura superficiale possiamo pensare che la strada scelta sia stata quella della separazione dei campi: Pietro si rivolge agli ebrei e Paolo ai pagani. È vero fino a un certo punto perché nel libro degli Atti troviamo anche che Pietro apre l’annuncio ai pagani, è lui il primo a dover affrontare questo tema. Per cui più che separazione degli ambiti in modo netto è un riconoscere i talenti e le potenzialità di ciascuno, custodendo una relazione. Quella simbolica stretta di mano tra i due, che è affidamento di un incarico, dice una relazione che resta e non si fonda sulla simpatia reciproca, ma sulla relazione con il Risorto che li ha raggiunti.
Per capire questo però occorre riconoscere come sono uniti da una relazione personale con il Risorto. E’ questa la vera unità. Pietro e Paolo sono uniti dalla relazione con Gesù e questa allo stesso tempo li spinge a farsi suoi strumenti mettendo in gioco ciò che sono, con i loro punti forti e le loro debolezze. E queste Paolo le “sventola” con orgoglio, perché mostrano chiaramente che la loro forza viene da Dio e non da loro. Non mettono al centro se stessi, non confidano nelle loro forze, ma al contrario hanno scoperto come sono ancora chiamati a seguire, a farsi discepoli, a farsi piccoli, perché solo cosi può emergere l’annuncio che è loro affidato. La loro collaborazione è il frutto del desiderio di offrire la totalità di se stessi, che comprende sia i talenti che le povertà. Questa apparente contraddizione li mette al riparo dal protagonismo, dall’affermazione di se stessi.
Il fatto di non avere un’immagine di se stessi da difendere permette loro di accogliere il richiamo dell’altro, perché non è vissuto come un attacco alla persona, ma un richiamo a vivere meglio il loro compito, quel compito che hanno ricevuto da Gesù. Si aiutano cioè ad essere discepoli. Restano in uno stato di conversione di vita, usando un’espressione della Regola, che rende di fatto più trasparente e autentico il loro annuncio, la loro missione.
Anche noi siamo chiamati a collaborare all’edificazione della comunità attraverso questo stile. Dio affida a ciascuno di noi la responsabilità di prenderci cura gli uni degli altri, di pascere gli agnelli, mettendo in gioco ciò che siamo, sia talentí che fragilità, ma avendo come fine il far trasparire l’amore di Dio che ci abita e ci attraversa. Questo significa che questa cura è il frutto della nostra relazione con Dio. È li che dobbiamo investire per poter essere suoi collaboratori. Siarmo dei canali attraverso i quali delle scorrere la grazia di Dio, e per questo è fondamentale che noi Slamo docili a questa grazia. Solo cosi possiamo costruire qualcosa, se senza accorgerci mettiamo davanti noi stessi ei nostri progetti, diventiamo un ostacolo.

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