7 giugno 2026
Omelia di fratel Lorenzo
Dt 8,2-3.14b-16a; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58
Una chiave di lettura per riflettere sul senso della solennità del Corpus Domini, è la frase che troviamo nella preghiera che Gesù ci ha insegnato: ”Dacci il nostro pane quotidiano”.
Che cos’è quel “nostro”: penseremmo al “nostro” pane che chiediamo da Dio. Ma quel nostro potrebbe essere quel pane che il Padre e il Figlio ci danno ogni giorno,e sono loro stessi che si danno a noi come il pane che dà sostanza, da senso alla nostra quotidianità; dicevano i Padri “consustanziale”.
Ma facciamo una breve premessa:
Che cos’è l’ Eucaristia: la liturgia ci dice che essa è “Memoriale della pasqua”
Il termine “memoriale” rimanda alla memoria, ma non di un ricordo, bensì la riattualizzazione della cena che Gesù ha consumato con i suoi discepoli. Noi celebriamo la stessa cena, nell’oggi, un oggi quindi teologico e non temporale, non un avvenimento accaduto e mai più ripetibile. In questo la chiesa ci insegna che cos’è obbedire al comando di Gesù: “Fate questo in MEMORIA di me.”
Memoriale di che cosa? della Pasqua, la pasqua di Gesù, cioè il suo passare dalla morte in croce alla vita risorta. Noi pure, celebrando in Sua memoria, passiamo dall’uomo vecchio, legato al peccato, all’uomo nuovo, alla vita divina, alla grazia.
Dice Paolo: Cristo nostra Pasqua è stato immolato; ciò significa banchetto e sacrificio.
Ascolto della Parola (più tagliente di una spada a doppio taglio) come nutrimento necessario:.
Per mangiare il corpo di Cristo (= vita).
Per diventare corpo di Cristo (= Chiesa).
Per essere Cristo, pane dato, offerto, spezzato.
Un pane VERO, vivo, dice ancora Gesù parlando di sè: io sono il pane della VITA, come l’acqua che ha dato alla samaritana, l’acqua della vita per il cammino quotidiano, per dissetarci e un pane per nutrirci, un pane da condividere, per essere non in comunione, ma comunione
Il risultato?
Proviamo a camminare insieme: se tutto questo avviene nella celebrazione dell’eucaristia, allora siamo gli uni pane per gli altri, ma ciascuno riceve un pane, pane donato, ma che solo Dio può offrire; e, mangiato il pane, diventiamo pane; dalle nostre cadute ci risolleviamo grazie al pane; caduti siamo aiutati a rialzarci dalle mani fatte pane che gli altri ci offrono; le nostre mani aiutano altri.
Con quel pane Elia camminò per quaranta giorni e quaranta notti. Prima che si decidesse a prendere quel pane offerto gratuitamente, c’era in lui la morte, il desiderio di chiudersi alla vita, la paura di non saper affrontare la prova della solitudine, perciò la fuga dal martirio (rifugio nel suo ego, ci sono cinquanta profeti).
La nostra vita messa alla prova: messa in fuga, paura delle nostre scelte; è tutta in salita, fatica, dolore, sforzi, vorremmo solo la pianura, valli verdi, boschi ameni, sorgenti zampillanti mentre ci attende ancora (?) lontano il monte di Dio, l’incontro con il mistero di un Dio, che si chiama “Dio con noi”. Non vogliamo attraversare il deserto, un deserto che ci rende paurosi, estranei gli uni agli altri. Quel pane donato ha l’effetto di scuoterci, ci sostenta, ci spinge all’incontro con l’altro, egli pure misteriosa presenza di Dio. Anche noi siamo presenza di Dio!
La fede ci permette di sentire la sua presenza, la speranza abita il nostro desiderio che dà ali alla nostra quotidiana esperienza, l’amore che nutre il cuore e lo apre all’altro, all’Altro; anzi spesso dentro, la sosta, l’ascolto che si fa silenzio, tolta l’illusione del grido del tuono, o del vento impetuoso, o del tremore del terremoto: sul bordo del nostro cuore sostare per ascoltare pace sottile di silenzio; qui è presenza di Lui!
Parola chiave: comunione! Vuol dire “stare insieme”? Vivere un’esperienza insieme?.
La nostra comunione è molto di più; non è un club, un’associazione filantropica, e nemmeno una comunità o una famiglia, e nemmeno dopo aver fatta “la comunione” pensiamo di essere comunione! Sedere alla stessa mensa, stretti gli uni agli altri, restiamo ancora divisi, rimane la distanza del deserto, della solitudine, la paura: la nostra comunione è solo per grazia. Avviene perché abbiamo tolto i nostri sandali ai piedi del Maestro, ci siamo abbandonati totalmente al Dio, Uno e Trino; fatti entrare per Grazia nella loro comunione.
E’ per questo che la liturgia inizia con “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.
Quel pane che noi conserviamo nel Tabernacolo ci ricorda e ci riporta al vero culto verso il mistero di Dio che abita in ciascuno di noi. Solo così possiamo vivere la comunione, diventare “corpo di Cristo”, Ecclesia, Chiesa.

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