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Sabato 21 e domenica 22 saremo presenti al mercatino in occasione della festa di San Vito ad Omegna (VB). Per tutti coloro che desiderano conoscere i nostri prodotti, o desiderano acquistarli, saremo presenti dalle 13 alle 22 sul lungo lago Gramsci. In questa occasione presenteremo un progetto di agricoltura sociale che abbiamo svolto in questi anni in collaborazione con il Consorzio Intercomunale Servizi Socio-Assistenziali di Omegna. Troverete anche una confettura nuova realizzata per l’occasione. Vi aspettiamo numerosi.

RB 7,1-4 – La divina Scrittura, fratelli, a gran voce proclama: Chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato. Così dicendo essa ci mostra che ogni esaltazione è una specie di superbia, vizio da cui il profeta vuole guardarsi quando dice: Signore, non si inorgoglisce il mio cuore – non vado in cerca di cose grandi – superiori alle mie forze. E che cosa mi accadrà se non sarà umile il mio sentire, se il mio cuore si leverà in superbia? Come un bambino che sua madre ha svezzato, così tu tratterai l’anima mia.

Benedetto dedica un intero capitolo all’umiltà, tema che ritornerà anche in altre occasioni. Questo atteggiamento però non è di facile comprensione e può essere interpretato in modo distorto. I versetti biblici scelti possono aiutarci a darne una prima lettura. I termini esaltare, innalzare, portano in sé l’immagine di porsi in alto, al di sopra. Con il nostro modo di comportarci, di porci, di relazionarci, possiamo consapevolmente o inconsapevolmente trattare chi ci sta accanto come persone inferiori. Magari non in modo teorizzato, ma di fatto umiliando. Al nostro innalzarci corrisponde un abbassare gli altri. A volte capita che la nostra critica pungente ha proprio lo scopo di demolire l’altro per sentirci superiori.

Per comprendere bene questi versetti occorre anche notare chi è il soggetto agente. Quando sono io a evidenziare le mie capacità, le mie imprese, mi devo subito chiedere perché lo faccio? E’ un modo per oscurare l’altro, per cercare di ottenere una stima che non mi sembra essere adeguata? Il vero problema infatti è come mi pongo in relazione con l’altro. Che considerazione ho dell’altro?

I talenti che Dio mi ha dato quale scopo hanno, in che modo possono realmente portare frutto? Se io li considero come un possesso esclusivo che ha come unico scopo il mio successo, l’altro è solo un ostacolo o colui che deve sostenere questo mio percorso sottomettendosi. In questo modo però fallirò il progetto che Dio aveva su di me e per il quale mi ha affidato quei talenti. Se invece scopro e riconosco che mi sono dati per far crescere il bene non solo in me, ma anche attorno a me, condividendo, facendone un ponte e strumento di crescita anche per l’altro, allora porteranno quel frutto che rallegra il cuore di Dio e che gli fa dire: vieni servo buono e fedele, condividi la gioia del tuo Signore.

Umiltà allora non è nascondere o sotterrare le proprie capacità, ma farne strumenti per crescere insieme all’altro attraverso la condivisione. Le mie capacità sono da mettere al servizio. Questo atteggiamento mi porta non a esaltarmi, ma a innalzare l’altro facendolo crescere, insegnando, condividendo. Tutti insieme saremo innalzati da Dio. Ma anche umanamente una persona che sa condividere e usare le sue capacità per promuovere l’altro incontra e suscita molta più stima e benevolenza di chi si gonfia senza portare alcun giovamento.

RB 6,8 – Le buffonerie poi, le parole vane e volgari che possono incitare al riuso smodato, le escludiamo per sempre e nel modo più assoluto da tutto l’ambito del monastero, e non permettiamo che il discepolo apra la bocca a così indegne espressioni.

In monastero non è bandito il sorriso e il riso, non si deve essere musoni e tristi. C’è però un umorismo sano e uno volgare e negativo che ridicolizza e sminuisce. Questo è ciò che Benedetto vuole evitare, perché non costruisce comunione e relazioni serene, ma al contrario crea divisioni e malumori.

Le buffonerie e le volgarità sono quelle parole che ledono la persona e alla fine sminuiscono la dignità anche di chi le pronuncia, perché mostrano superficialità e cattiveria. L’umorismo dovrebbe invece essere una risorsa per alleggerire la vita, le tensioni, e rendere le relazioni più umane. Per questo richiede intelligenza, ma anche equilibrio, perché come in tutte le cose l’esagerazione rovina.

Occorre saper avere un sano umorismo anche con se stessi, saper ridimensionare le cose e sapersi prendere un po’ in giro con leggerezza. L’eccesso di serietà rischia di farci vivere situazioni difficili come tragiche, cioè di farci perdere speranza e fiducia. L’umorismo può aiutarci a porre un po’ di distanza tra ciò che stiamo vivendo per vederlo da un altro punto di vista, certamente un po’ comico e falsato, ma che ci può aiutare a vedere ciò che non vediamo, a intuire un’altra possibile soluzione. Il comico può cioè aiutarci a comprendere con maggiore equilibrio la realtà, anche se parte da una sua deformazione.

Quando però si fanno battute o si cerca di sdrammatizzare una situazione occorre saper cogliere come l’altro è in grado di recepirle. Non devono mai ferire e umiliare, anche se si gioca su un limite o difetto. Deve trasparire sempre la benevolenza e la simpatia. Una battuta è riuscita quando rafforza le relazioni. Se crea tensioni vuol dire che qualcosa non ha funzionato. Abbiamo esagerato o abbiamo sbagliato modo. Occorre sapersi accorgere dell’effetto che genera nell’altro per potersi correggere o in caso chiedere scusa e porre una parola di riconciliazione.

RB 6,6-7 – Parlare e insegnare è compito del maestro; tacere e ascoltare, invece, si addice al discepolo. Pertanto, quando si ha qualcosa da domandare a un superiore, lo si faccia con tutta umiltà e rispettosa sottomissione.

Tra le parole buone e sante tali da edificare vi è l’insegnamento del superiore, questi ha infatti il compito di edificare la comunità avendo cura del cammino dei singoli fratelli. Sappiamo tutti però che ogni relazione abbisogna di due soggetti, chi parla e chi ascolta, cioè occorre che tutte e due le parti si mettano in gioco. Non basta un superiore che parli, anche in modo sapiente e illuminato, se i discepoli non ascoltano o non prendono in seria considerazione le sue parole. Il frutto di edificazione è un frutto condiviso, sinergico. Vi deve essere anche una sapienza di chi ascolta.

Il pericolo più grande è infatti quello di pensare e ritenere di bastare a se stessi e di non aver bisogno delle parole o dell’insegnamento di un altro. Un atteggiamento simile rende sterile qualsiasi parola, compresa quella di Dio. Il vero ascolto richiede sapienza e discernimento, ma anche desiderio di apprendere e buona disposizione.

I termini umiltà e rispettosa sottomissione vogliono esprimere l’atteggiamento recettivo che dovrebbe abitare i nostri cuori. Umiltà perché abbiamo sempre la possibilità di imparare qualcosa, di scoprire aspetti di noi che ci sfuggono, non solo da Dio, dai superiori, ma da ogni uomo e dalla vita stessa. Interessante è però l’invito al “rispetto”, che mi sembra un invito a riconoscere all’altro che ci offre una parola, che potrebbe essere anche un’osservazione, del rispetto. Questo perché vuole aiutarci. Dobbiamo riconoscere che quanto viene messo in luce un nostro limite scatta in noi un meccanismo di autodifesa che tende o a minimizzare, o a screditare chi ci ha offerto questa parola di correzione. Chi però alla fine ne esce perdente siamo noi, perché abbiamo perso un’occasione per migliorarci.

RB 6,3-5 – Per custodire, dunque, pienamente la gravità del silenzio, non si conceda che raramente, e soltanto ai discepoli spiritualmente più maturi, il permesso di parlare, sia pure di cose buone, sante e tali da edificare. Sta scritto infatti: Nel molto parlare  non eviterai il peccato, e altrove: Morte e vita sono in potere della lingua.

In monastero si cerca di custodire un clima di silenzio durante la giornata, anche durante il tempo del lavoro. Non si tratta di mutismo, ma di evitare le chiacchiere, cioè il parlare superficiale e alla fin fine inutile. I versetti biblici citati sono importanti per capire il senso di questa indicazione. Ci potremmo chiedere: cosa sta dietro al molto parlare?

A volte un disagio interiore, e si cerca una consolazione nel parlare, o come una sorta di evasione-distrazione dal dolore, o per cercare consolazione. Il fatto che in questa situazione si viva una sorta di insaziabilità di parola ci dice come non è questa la strada per risolvere il disagio. Certamente il parlarne serve ed è importante, ma facendo anche un lavoro di essenzializzazione, che significa di riflessione personale per cercare i punti nodali. Occorre prima aver sostenuto la fatica del silenzio e della ricerca, per portare come frutto una parola ponderata e soppesata.

A volte dietro il molto parlare c’è una ricerca di evasione senza una vera meta, quasi per noia, una incapacità a stare con se stessi, a sostenere la solitudine e l’essenzialità che essa richiede. Anche perché il silenzio non è vuoto, e va riempito. IL silenzio cioè un luogo da imparare a gestire. E questo può essere, soprattutto all’inizio, faticoso e difficile. I pensieri possono vagare in un modo doloroso o disorientante.

Qualunque sia la causa del molto parlare, porta però a una parola “veloce” che non è soppesata e per questo può essere pungente o sarcastica, può mettere in imbarazzo o ferire una persona presente, o può ridicolizzare una assente. Può essere cioè una parola che senza accorgercene fa del male, e a volte in modo molto profondo. La mancanza di discernimento non è una scusante, ma un’aggravante. Con una parola sciocca possiamo ferire in profondità e in un modo devastante una persona, come possiamo distruggere un contesto di stima e fiducia. E’ da stupidi pensare che intanto sono solo parole. Il loro effetto può essere più doloroso delle pietre perché ferisce nel profondo.

Questa indicazione della Regola deve insegnarci non tanto a non parlare, ma a avere parole di vita, parole che edificano, parole che rialzano e consolano. Normalmente queste sono poche parole soppesate ed efficaci.

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