Regola di San Benedetto
Capitolo LIII, 8-15 – L’accoglienza degli ospiti
- Dopo questo primo ricevimento, gli ospiti siano condotti a pregare e poi il superiore o un monaco da lui designato si siedano insieme con loro. Si legga all’ospite un passo della sacra Scrittura, per sua edificazione, e poi gli si usino tutte le attenzioni che può ispirare un fraterno e rispettoso senso di umanità. Se non è uno dei giorni in cui il digiuno non può essere violato, il superiore rompa pure il suo digiuno per far compagnia all’ospite, mentre i fratelli continuino a digiunare come al solito.
- L’abate versi personalmente l’acqua sulle mani degli ospiti per la consueta lavanda; lui stesso, poi, e tutta la comunità lavino i piedi a ciascuno degli ospiti e al termine di questo fraterno servizio dicano il versetto: “Abbiamo ricevuto la tua misericordia, o Dio, nel mezzo del tuo Tempio”.
- Specialmente i poveri e i pellegrini siano accolti con tutto il riguardo e la premura possibile, perché è proprio in loro che si riceve Cristo in modo tutto particolare e, d’altra parte, l’imponenza dei ricchi incute rispetto già di per sé.
Accogliere per edificare
Padre Claudio – 9 luglio 2026
Qual è lo scopo dell’accoglienza? Potremmo chiederci. Da questi versetti potremmo trarre questa come indicazione: l’edificazione dell’ospite. Come sappiamo la Regola non affronta le questioni in modo teorico, ma offre indicazioni patiche, dalle quali però traspare un pensiero di Benedetto. Come abbiamo già visto dietro a questo gesto vi è una visione antropologica e teologica, Dio è presente in ogni uomo, al di là delle sue scelte, e per questo ciascuno ha un valore e una dignità che gli vengono da questa scelta di Dio.
Questo ampio spettro di possibili situazioni degli ospiti presuppone anche interessi differenti. C’è chi bussa la monastero perché in pellegrinaggio, chi semplicemente perché in viaggio, chi si trova in difficoltà economiche, chi forse cerca un confronto per la propria vita, ecc. La Regola non esplicita i motivi, ma si limita a elencare categorie, dalle quali possiamo desumere ipotetici bisogni.
Come rispondere a queste sollecitazioni? Come concretamente realizzare l’accoglienza? Qui viene offerto un “rituale” che sembra quasi più una liturgia, con gesti simbolici molto forti, come la lavanda dei piedi. Lo scopo però è esplicitamente espresso: l’edificazione della persona. E questa edificazione passa sia da gesti concreti di attenzione, sia da un accompagnamento spirituale. Si parla infatti non solo di pregare insieme, ma anche di offrire una catechesi sulla Parola di Dio, potremmo pensare una condivisione di una lectio.
Vi è cioè un equilibrio di due fronti: la risposta a bisogni pratici e l’offerta di una proposta spirituale. Questo per evitare due rischi: la riduzione dell’ospitalità a una prestazione di servizi di assistenza (un tetto, un pasto, una protezione, ecc.), o dall’altra parte la sua riduzione a un servizio pastorale disincarnato (pensiamo alla lettera di San Giacomo sull’accoglienza alla cena). Si tratta quindi di edificare la persona in modo integrale, e forse potremmo dire con maggiore attenzione a quell’aspetto che è più carente. Questa presenza di Dio è incarnata in una storia personale precisa, in un tempo preciso, con problematiche precise.
Tutto questo penso voglia dire per noi oggi, come al tempo di Benedetto, una grande duttilità per capire e rispondere alle diverse situazioni. Non ci può essere cioè un solo modo di accogliere. Di volta in volta occorre capire come venire incontro a ciascuno. Restano ad aiutarci i due riferimenti: ogni più umano servizio di ospitalità, e la preghiera e la lettura della Parola di Dio. Si tratta di una edificazione integrale della persona.
