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Regola di San Benedetto

Capitolo LVIII, 24-29 – Norme per l’accettazione dei fratelli

  1. Se possiede dei beni materiali, li distribuisca in precedenza ai poveri o li doni al monastero con un atto ufficiale senza riservare per sé la minima proprietà, ben sapendo che da quel giorno in poi non sarà più padrone neanche del proprio corpo.
  2. Quindi, subito dopo, sia spogliato in coro delle vesti che indossa e rivestito dell’abito monastico. Ma gli indumenti di cui si è spogliato devono essere conservati nel guardaroba, in modo che, se in seguito dovesse – Dio non voglia!- cedere alla suggestione diabolica e lasciare il monastero, sia mandato via senza l’abito monastico.
  3. Non gli si restituisca invece la domanda che l’abate ha ritirato dall’altare, ma sia conservata in monastero.

 

Dono totale a Dio

Padre Claudio – 10 settembre 2026

 

Il non possedere più beni, lo spogliarsi dei propri abiti, sono segni esteriori e simbolici di un dono totale della propria vita a Dio. La povertà, come pure l’obbedienza, non vanno intesi come forme di ascesi, ma come conseguenze e concretizzazioni di questo dono. Il non disporre più neppure del proprio corpo è un rimando forte alla rinuncia alla propria autonomia per ricercare e compiere solo la volontà di Dio. Quell’offerta fatta a Dio alla presenza dei santi e della comunità non è senza effetti concreti e immediati.

Positivamente sono aiuti e rimandi a questa scelta fondamentale, perché non sia uno slancio momentaneo e passeggero, ma una trasformazione di tutta la vita. Questo affidamento a Dio inizia in questo momento ad essere sempre più permeante e concreto. Dall’esteriorità dei beni materiali pian piano deve scendere nella profondità del cuore e del modo di pensarsi e di porsi nell’esistenza.

Vanno sempre visti e vissuti in questa prospettiva positiva di offerta di se stessi, di affidamento, di crescita nella fiducia. Se e quando ci diventano un peso dobbiamo chiederci perché, che cosa vorremmo difendere e cosa stiamo realmente perdendo. Il rischio è di perdere questo abbandono cercando delle sicurezze, degli spazi nostri, delle consolazioni.

Nel Vangelo troviamo alcune immagini forti che Gesù ha usato per sé e per i suoi discepoli: Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo (Lc 9,58) che ci dicono come questi aspetti esteriori hanno però una ricaduta sulla nostra dimensione interiore, sul nostro porci davanti a Dio. Certamente non si può misurare il nostro affidamento a Dio da questi segni, ma essi hanno però un effetto sulla nostra libertà. Non essendo disincarnati vi deve essere una convergenza, che diventa sempre più unificazione, tra desiderio del cuore e concretezza della vita.

Per Benedetto questi non sono solo segni esteriori e visibili di un passo spirituale, ma strumenti per rafforzarlo e renderlo autentico.

Regola di San Benedetto

Capitolo LVIII, 21-23 – Norme per l’accettazione dei fratelli

  1. Una volta depositato il documento sull’altare, il novizio intoni subito il versetto: “Accoglimi, Signore, secondo la tua promessa e vivrò; e non deludermi nella mia speranza”. Tutta la comunità ripeta per tre volte lo stesso versetto, aggiungendovi alla fine il Gloria. Poi il novizio si prostri ai piedi di ciascuno dei fratelli per chiedergli di pregare per lui e da quel giorno sia considerato come un membro della comunità.

 

Accolti da Dio

Padre Claudio – 4 settembre 2026

 

Il rito della professione ci ricorda alcuni aspetti importanti. Il primo è che senza l’aiuto di Dio il nostro desiderio è destinato a fallire perché non bastano le nostre forze. Il cammino monastico è l’incontro di due libertà e un cammino di relazione con Dio. E’ Lui il primo che ci deve accogliere e che ci deve accompagnare e sostenere. Questo ci dice che certamente è importante il desiderio e l’impegno del novizio, ma non è centrale, perché se non è in sintonia e in continuo riallineamento con quello di Dio, non c’è alcuna speranza e si andrà a esaurire o a infrangere con le difficoltà della vita.

Il secondo è quel riferimento “secondo la tua parola”, che indica già il luogo e il modo per custodire e mantenere viva la relazione con Dio. La nostra speranza si rinnova in questa relazione, ma non è la speranza di realizzare i miei progetti, belli e santi che siano, ma quella di realizzare quelli di Dio. E questi si dispiegano nel corso dei giorni e degli anni. Questo significa che occorre un atteggiamento di ricerca, di ascolto e la disponibilità a cambiare, e rinnovarsi. Non abbiamo già in mano la mappa del cammino fino al suo compimento. La ricerchiamo percorrendola.

Il terzo spunto di riflessione è che siamo tutti accolti da Dio, e la comunità, di cui il novizio entra a far parte condividendo aspetti spirituali e materiali, è prima di tutto la comunità di Dio. Anch’essa vive in questo atteggiamento di ascolto, ricerca e rinnovamento. La comunità accoglie il giovane perché anch’essa è stata accolta prima da Dio. Usando un’atra immagine della Regola, il monastero è la casa di Dio di cui i monaci sono i primi ospiti, e condividono con altri questa esperienza di accoglienza e cura di Dio.

L’esperienza che ciascuno fa di essere accolto, amato, da Dio ci permette di accoglierci reciprocamente, di amarci reciprocamente. Se manca questa esperienza fondante il monastero è una penitenza, perché non se ne capiscono le dinamiche relazionali e le modalità di vita. Le logiche dell’efficienza, dell’omologazione del mondo non funzionano.

Ma noi non possiamo accogliere Dio se non accogliamo coloro che lui ha già accolto prima di noi. Le relazioni comunitarie, il modo con cui ci si accoglie, ci si perdona, non sono solo sociologiche, hanno uno spessore spirituale profondo. Smascherano le idealizzazioni e le illusioni. Sono chiamato a imparare ad accogliere Dio anche se diverso da come me lo aspettavo, da come l’ho conosciuto all’inizio del cammino. E lo scopro e accolgo nella sua realtà attraverso i fratelli che Lui ha scelto e mi ha donato.

13 settembre 2026

 

Omelia di padre Claudio

Sir 27,30-28,7; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35

 

Pietro nel fare la sua domanda sul perdono pensa di essere generoso e benevolo: perdonare sette volte, un numero perfetto e simbolico. La riposta di Gesù vorrebbe fargli fare un passo importante: non si puo misurare l’amore e neppure il perdono. Perché questo vorrebbe dire restare in una logica retributiva e con una giustizia calcolata. Il problema non è quante volte, ma con che atteggiamento ti poni di fronte alla colpa dell’altro. Che cosa ho di mira, cosa voglio ottenere? Dio vorrebbe la salvezza del peccatore, la sua giustificazione. Noi cosa? La sua punizione? La sua conversione? Bene, ma come? Imponendola con la forza? Il bene non si impone.

Il perdono dovrebbe essere una nuova possibilità di vita, un dono gratuito per ricominciare. In particolare dovrebbe essere la possibilità di ricominciare una relazione ferita. Per cui abbandonare la memoria del male ricevuti e aprirsi alla possibilità di un futuro nuovo e diverso.

Nella parabola troviamo degli elementi importanti. Il primo servo ha un debito talmente grande che anche la vendita di lui e della sua famiglia non lo può estinguere, sarebbe solo un modo per punirlo per la sua inadempienza. Questo servo supplica il re per avere del tempo, una dilazione. Il re sa bene che se non è riuscito a pagare finora non ci riuscirà anche dandogli del tempo. Decide quindi non di dargli del tempo, ma di condonargli il debito, che significa ridargli una nuova possibilità di vita. Accettare la dilazione avrebbe voluto dire farlo vivere con l’angoscia del debito e di poter essere in ogni momenti gettato in prigione. La pena sarebbe solo stata sospesa e spostata nel tempo. La scelta del re è quella di abbandonare la logica della restituzione, e passare a quella di una nuova possibilità di vita. Non una giustizia che misura e cerca un equilibrio, ma una giustizia che cerca la salvezza della persona.

Questo servo però dimostra di non aver capito nulla, perché resta nella logica della restituzione andando a cercare persone che erano debitrici nei suoi confronti e non accettando nessun tipo di mediazione, neppure la dilazione. Oggetto di un gesto gratuito non sa accogiere e vivere questa gratuità. Il re gli ha dato una nuova possibilità di vita perché la usasse bene, ma la spreca perché resta nella stessa logica di prima.

Questa parabola allora ci suggerisce di riflettere su quale idea abbiamo di giustizia, quale giustizia perseguiamo. Che cosa vogliamo ottenere? Ma anche di accorgerci di come Dio agisce e si comporta con noi. Il perdono di Dio non è forse rimetterci nella possibilità di cambiare e affrontare la vita in modo nuovo? E Dio non ce offre quando è sicuro che noi cambiamo, ma come possibilità che possa esserci questo cambiamento. E come un seme gettato nella speranza che possa attecchire, crescere e portare frutto. Potremmo dire che il perdono è una scommessa sul futuro nella speranza che possa portare alla salvezza, alla giustizia di Dio. I tenere il conto degli stagli passati ci impedisce di sperare in un futuro nuovo.

Ma il perdono per essere una nuova possibilità non è solo non contare gli sbagli, ma cercare di creare le condizioni di un cambiamento, di una conversione. Un percorso e non un semplice gesto puntuale. Un cammino di giustificazione, per diventare giusti a immagine di Dio.

Questa parabola ci invita anche a riconoscere come noi siamo oggetto spesso di questo atteggiamento di Dio. Imparare a guardare come Dio agisce con noi può aiutarci a capire come agire con gli altri. Quindi ci invita a imparare da Lui. Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso, e come possiamo capire cos’è la misericordia del Padre se non capendo cosa fa con noi?

30 agosto 2026

 

Omelia di fratel Bernardo

Ger 20,7-9; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27

 

Ascolta l’omelia

  

Una spinta del cuore assolutamente umana muove Pietro a quasi implorare Gesù e il suo Dio per scongiurare quella morte che lo stesso Maestro sta preannunciando: chi di noi a una persona cara che gli annuncia una sua propria morte così scandalosa e sofferta non sarebbe mosso dall’amore a pronunciare le parole stesse di Pietro e a farne la sua insistente preghiera?

Ma a Gesù da dove gli viene quel che ha appena annunciato? e probabilmente non per la prima volta, se si legge con attenzione il testo.

Il Maestro, e la liturgia ce lo mostra più volte nell’anno, è in ascolto di Mosé e dei profeti per intuire il cammino che gli è tracciato dalla scelta stessa di vita che, mosso dall’insegnamento e dall’esempio della madre, da sempre lo accompagna: comportarsi senza ipocrisia da vero figlio di Dio.

Forse la parola del profeta Geremia che abbiamo ascoltato è risuonata tante volte nel suo cuore: forse questa scelta che ha sedotto il Maestro è diventata insopportabile, troppo contrasta con la mentalità dei benpensanti, autorità nel tempio e nelle sinagoghe, formatori della mentalità del popolo, guide del pensare comune … Gesù chiude la bocca, cammina in silenzio, chiede ai discepoli stessi quale sia secondo loro la sua identità; e quando Pietro gli conferma, senza forse neppure immaginarselo, quanto il Maestro viveva nella sua coscienza e nel suo muoversi conseguente, certo di quanto intuito dalla Torah e dai Profeti, inizia a mostrarlo con insistenza con i discepoli sino a far esplodere l’amore passionale di Pietro. Nella certezza della propria ragione, pur sconvolgente per Gesù come lo era stata per Geremia, si volge a lui con una parola doppiamente sofferta e che alcuni esegeti riconoscono come un comando dato a un cane e non come un invito alla sequela: “Va dietro a me, Satana”.

Da lì un insegnamento ‘nuovo’: passare per la croce, per la sofferenza, per la notte, diventa segno certo di vita nuova, di certa speranza, già ora di risurrezione, del Regno in mezzo a noi, seppur spesso nella notte!

Vogliamo andare dietro al Maestro, seguirlo, accompagnarci a Lui? Ecco che dopo averne presentato con parole per noi nuove il mistero nascosto nei secoli (noi sappiamo ormai ‘nei molti millenni’) e dopo essersi prostrato davanti alla Sapienza imperscrutabile di Dio, Paolo apostolo ci indica con semplicità la via per entrare a farne parte: “Offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo, gradito a Dio”.

Regola di San Benedetto

Capitolo LVIII, 17-20 – Norme per l’accettazione dei fratelli

  1. Al momento dell’ammissione faccia in coro, davanti a tutta la comunità, solenne promessa di stabilità, conversione continua e obbedienza, al cospetto di Dio e di tutti i suoi santi, in modo da essere pienamente consapevole che, se un giorno dovesse comportarsi diversamente, sarà condannato da Colui del quale si fa giuoco. Di tale promessa stenda un documento sotto forma di domanda, rivolta ai Santi, le cui reliquie sono conservate nella chiesa, e all’abate presente.
  2. Scriva di suo pugno il suddetto documento o, se non è capace, lo faccia scrivere da un altro, dietro sua esplicita richiesta, e lo firmi con un segno, deponendolo poi sull’altare con le proprie mani.

 

Con Dio, i santi e i fratelli

Padre Claudio – 29 agosto 2026

I tre voti monastici sono stabilità, conversione di vita e obbedienza, e sono strettamente interconnessi tra di loro. Questa promessa viene fatta nel nome e alla presenza di Dio, dei santi e della comunità. Non si tratta di “spettatori” della promessa, ma anche di collaboratori, perché senza il loro aiuto, che è differente per forma e importanza, non si può restare fedeli fino alla fine. Dio non è solo colui che accoglie i nostri voti, ma anche colui che li porta a compimento e che ci accompagna per tutto il cammino. È a Lui che doniamo e affidiamo la nostra vita, e questo dovremmo ricordarcelo sempre. Lo facciamo ricercando e vivendo l’obbedienza alla sua volontà, che si manifesta e dispiega nelle pieghe della storia e che ci chiede di trasformarci, di convertirci. La sua grazia ci sostiene e interagisce in modi diversi, ma sempre per lo stesso scopo, plasmarci a immagine di Cristo. E questo “lavoro spirituale” dura tutta la vita e lo scopriamo passo dopo passo.

L’espressione forte di Paolo, non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me (Gal 2,20) descrive bene il fine, la meta di questo cammino di conversione, di obbedienza alla sua volontà. E in questo percorso siamo sostenuti, accompagnati e illuminati dai santi, da quanti ci hanno preceduto in questo stesso percorso. Anche i santi non sono solo testimoni, ma partecipano al nostro cammino, nella misura in cui li coinvolgiamo sia nella preghiera che nella lettura e riflessione sul loro percorso umano-spirituale. Ci possono essere di aiuto proprio nel riconoscere e abbracciare l’intervento di Dio nella nostra storia.

E in fine vi è la comunità, che svolge diverse funzioni. Essa accoglie, accompagna, ma è anche strumento di conversione diventando il primo canale attraverso cui Dio ci chiede di lasciarci plasmare. A volte ci richiama, altre ci incoraggia, a volte ci sembra un peso e altre volte ci risolleva e rinnova la speranza. E’ il luogo dove la nostra promessa e dono a Dio si incarna, diventa concreto, e per questo diventa anche esigente e puntuale. Quell’offerta generica e imprecisata all’inizio del cammino diventa concreta e stringente, spesso diversa da come ce la immaginavamo.

Abbiamo sempre bisogno dell’aiuto di Dio, dei santi e dei fratelli. Cerchiamolo e accogliamolo.

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