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RB 4,34 – Non essere orgoglioso

Nella Regola torna spesso il tema dell’umiltà. Quando Benedetto sceglie questo versetto cosa voleva insegnarci? Emerge dall’insieme della Regola. Ciò che teme Benedetto è l’autosufficienza, il presumere di se stessi, il contare principalmente sulle proprie forze. Questa è un’illusione sottile che mina le fondamenta di ogni cammino spirituale, ma anche umano, e ci rende refrattari non solo all’azione della grazia, ma anche agli aiuti dei fratelli.

Con un linguaggio che forse non ci è facile da comprendere, Benedetto ci ricorda che il bene che facciamo viene da Dio (cfr. RB 4,42). Che significa che la forza per portarlo a compimento ci viene dalla sua grazia (cfr. Prologo 4), anche se attraverso il nostro indispensabile impegno. E qui può verificarsi l’illusione, quella di pensare: come sono bravo, riesco a essere fedele, riesco a fare…

L’invito dei padri del deserto: “conosci te stesso”, è l’invito a porsi davanti alla Parola di Dio per fare verità su di sé, imparando a guardare in faccia anche i nostri lati oscuri, i nostri limiti e fragilità. Non per deprimerci o piangerci addosso, ma per poter camminare con onestà e poter essere da Dio aiutati a maturare in umanità. Potremmo dire che per Benedetto non essere orgogliosi significa essere veri, sinceri con se stessi e davanti a Dio.

RB 4,29-33 – Non rendere male per male. Non fare ingiustizie, ma sopportare con pazienza quelle ricevute. Amare i nemici. Non maledire chi ci maledice, anzi benedire. Saper soffrire persecuzione per la giustizia.

Questa serie di citazioni affronta il tema del male che può assumere mille volti e sfaccettature anche nella nostra vita. Può assumere il volto delle piccole incomprensioni che viviamo come tradimenti, o il volto delle grandi ingiustizie che diventano persecuzioni. La tradizione usa spesso l’immagine della lotta, del combattimento contro il male. Il primo passo però è riconoscere come esso ci “contagia”.

“Non rendere male per male” significa spezzare la spirale che esso innesca, rompere con la sua logica che ci vuole intrappolare nelle sue maglie giustificandosi in mille modi, anche in nome della giustizia: occhio per occhio, dente per dente. Per combattere il male occorre prima di tutto non lasciarsi portare sullo stesso piano, cioè non rispondere al male con il male, alla violenza con altra violenza, alla maldicenza con altra maldicenza.

Ma per fare ciò occorre una grande forza perché è più facile rispondere che trattenersi. La non violenza richiede più forza e coraggio della violenza, e non è passività. Ci chiede l’intelligenza di “disarmare” il male, renderlo innocuo non solo verso di noi, ma verso tutti. Se noi per fare ciò diventiamo violenti, in realtà ci siamo lasciati portare dalla sua parte e ci siamo fatti collaboratori. Non importa contro chi, ma da vittime diventiamo nuovi carnefici.

Il sopportare, il soffrire, sono elementi di questa lotta per la nostra dignità umana e per la nostra libertà. Non più schiavi del peccato e della logica della vendetta, ma uomini liberi e capaci di costruire un mondo nuovo che parte da relazioni nuove. Il limite e il difetto dell’altro lo si cura e non lo si combatte, cioè si lavora per aiutarlo a crescere e non lo si demolisce azzerandolo. Si fa più fatica a costruire che a distruggere e ci vuole più tempo a far crescere che a far morire. Per questo occorre oltre che forza, pazienza e perseveranza.

E questo cammino deve iniziare proprio dalla lingua, cioè dal saper spezzare la logica del rispondere anche alla maldicenza, alla critica amara, alla presa in giro, al ridicolizzare l’altro con altrettanto veleno. Saper fare della nostra bocca uno strumento di bene, di benedizione, di benevolenza.

Dio solo sa trarre il bene dal male, ma con il suo aiuto possiamo fare altrettanto. Il perdono, che non è fare finta di niente, è la vera arma, ma richiede forza e intelligenza. Il bene è un processo per la vita che richiede attenzione e costanza per accompagnare, non può essere a spot, quando me la sento. E’ una scelta di campo che va mantenuta e quando perdiamo terreno dobbiamo riconquistarlo.

RB 4,22-28 – Non portare ad effetto i moti dell’ira. Non riservarsi un tempo per sfogare la collera. Non tenere inganno nel cuore. Non dare pace falsa. Non abbandonare mai la carità. Non giurare per non cadere nello spergiuro. Dire la verità con il cuore e con la bocca.

Abbiamo ora una serie di strumenti che potremmo dire legati alla gestione dei conflitti. In una vita comune è normale che possano avvenire incomprensioni o dissensi. Il modo di comportarsi quando questi avvengono manifesta di chi siamo figli e discepoli. Moti d’ira possono accendersi nel cuore, e questo è legato anche al carattere di una persona, alla situazione che sta vivendo, come stanchezza, tristezza, difficoltà, ecc. Il problema non è tanto che questi moti possano nascere, ma se  li lasciamo andare ad effetto, se cioè ci lasciamo guidare da essi.

Essi per certi aspetti rientrato nella sfera delle reazioni istintive. Ma non possiamo lasciarci guidare e dominare da queste, sia che abbiano una manifestazione apparentemente positiva, sia che l’abbiano negativa. Abbiamo non solo una intelligenza, ma anche una coscienza, che ci responsabilizzano, che cioè ci chiedono un discernimento su ciò che si accende nel nostro cuore e lo agita, per giungere poi a scegliere quali gesti portare ad effetto.

Ira e collera possono accendersi in noi, ma dobbiamo saperli riconoscere, dobbiamo saperli leggere per comprendere perché si sono accesi, e dobbiamo saperli gestire, cioè spegnere trovando altre forme per manifestare il nostro disagio.

Non tenere inganno nel cuore non significa reagire in modo istintivo, sfogare la collera quando si accende o l’ira. Al contrario, significa che quando riconosco in me moti negativi devo saperli riconoscere come tali, devo saperli controllare e portare a “conversione”, cioè trovare una forma positiva di risanamento. Il male non deve crescere e dominare nel nostro cuore, giustificato da ragionamenti molto umani che si mettono a misurare e contabilizzare gesti e parole dell’altro. La giustizia di Dio non ha due piatti sui quali mettere le azioni mie e dell’altro per vedere chi ha ragione.

Non tenere inganno nel cuore significa che il mio cammino di risanamento della relazione deve non solo evitare sfoghi d’ira, ma deve portare a una pacificazione anche del cuore. Si tratta quindi di un cammino, anche lungo, che richiede i suoi tempi, di riconciliazione interiore con se stessi e con l’altro.

Non abbandonare mai la carità significa che deve essere lei a guidarci in questo cammino che deve giungere al perdono. Esso ha almeno queste tappe: riconoscere e identificare ciò che c’è nel mio cuore; capirne le cause (perché si è acceso questo insieme di moti?); ritornare ai valori per me più importanti; scegliere di rinunciare alla vendetta, perché occhio per occhio non è giustizia. E qui è essenziale il nostro rivolgerci a Dio per essere guidati e sostenuti; cercare gesti e segni che possano diminuire la tensione e spegnere i sentimenti più forti in me; cercare gesti e segni che possano risanare la relazione con l’altro.

Il perdono è un dono che si sceglie di offrire, non qualcosa che l’altro deve meritarsi. E la vita comune si costruisce sul perdono, ricevuto e offerto.

RB 4,21 – Nulla anteporre all’amore del Cristo.

E’ forse uno dei versetti più belli della Regola e il vero criterio di discernimento di ogni vocazione. E’ per amore del Cristo che si sceglie la vita monastica o qualsiasi altra forma di vita. Se preghiamo, lo facciamo per amore suo, se lavoriamo, lo facciamo per amore suo, se ci serviamo reciprocamente, lo facciamo per amore suo, se ci sforziamo di perdonarci e di accoglierci nelle nostre povertà, lo facciamo per amore suo.

E’ però importante ricordarcelo ogni tanto, perché non diventi scontato e non si depositi la polvere dell’abitudine sulle nostre giornate rendendole grigie. E’ questa la forza che ci permette di superarci quando umanamente ci verrebbe voglia di mandare tutti al diavolo, quando un fratello mi diventa insopportabile, quando ci sentiamo incompresi e siamo arrabbiati con tutti.

Ma cosa significa concretamente? Come posso capire se metto l’amore di Cristo prima di tutto?

Non è una questione di quanto tempo dedico alla preghiera, ma di quale principio metto alla mia vita. Quando venne chiesto a Gesù qual era il primo comandamento, il più importante, la risposta è stata quello dell’amore che ha alcune caratteristiche: la totalità e l’universalità. A Dio non interessa che gli diamo del tempo, vuole tutto, vuole che viviamo ogni istante da figli.

Non anteporre nulla all’amore del Cristo non è questione di tempi, ma di orientamento della vita. E’ molto più esigente, ma è l’unica strada che conduce alla gioia e alla pienezza. Per chi e per che cosa faccio questa cosa? Se me lo domando a volte mi accorgo che lo faccio per me stesso, per difendere la mia immagine, ecc. Così non mi accordo che a volte questa mia scelta interessata va a scapito di qualcuno, che deve portare un peso maggiore.

Quando Gesù chiede a Simon Pietro, mi ami tu? Gli dice, pasci le mie pecorelle, non prega di più, o pensa di più a me. L’amore per Cristo, per Dio, diventa cura e attenzione all’altro. In questo modo posso capire se sto realmente amando Dio o me stesso attraverso un’immagine di Dio che mi sono fatta a mio servizio. Ma allo stesso tempo il mio servizio al prossimo è autentico solo se mi lascio guidare da Dio.

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